Diario indiano - In bicicletta col diabete di tipo 1

Diario indiano – In bicicletta col diabete di tipo 1

“Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena.” Harvey Mackay

L’arrivo a Jaipur, India, ci sconvolge immediatamente i sensi: l’udito è stordito dalla vita chiassosa della città e dai clacson perennemente in funzione nelle mani di guidatori spericolati; l’olfatto è deliziato dai profumi intensi del cibo di strada e poi mortificato dal tanfo di urina che proviene dagli orinatoi piazzati sulle pareti di vie pubbliche (si, all’aperto!); il gusto è disorientato dalle spezie che, almeno nei primi tempi, coprono totalmente il sapore degli alimenti. È alla vista, però, che si presentano le situazioni più indescrivibili: incasellato tra gli spazi di un’architettura maestosa e affascinante, il popolo indiano assume posizioni, forme e colori che si incidono una volta per tutte nei nostri ricordi.

 

Le prime difficoltà

Per cominciare, il primo ministro Narendra Modi, a sorpresa, decide l’8 novembre di ritirare dal mercato le banconote da 500 e 1000 rupie (l’84% di tutte quelle in circolazione e molto diffuse nell’economia “sommersa”), come misura contro il mercato nero, la contraffazione, l’evasione fiscale e il finanziamento del terrorismo.

Noi entriamo in India il 14 Novembre. La popolazione è nel caos totale: gli indiani possono recarsi nelle banche a cambiare le banconote improvvisamente fuori corso con i nuovi pezzi entro il 30 dicembre, ma con massimali giornalieri molto limitati. Le file fuori dalle banche iniziano prestissimo la mattina e si concludono con resse incontrollabili a fine giornata. Gli sportelli bancomat, al nostro ingresso nel Paese, non dispongono di contante e i servizio di cambia valuta applicano tassi svantaggiosissimi. Insomma, sopravvivere ai primi giorni di India, non è uno scherzo.

Incredibile India

Jaipur, la città rosa, ci inganna con i suoi agi a misura di turista occidentale: il caffè espresso e il cibo internazionale, gli hotel puliti con personale efficiente e l’inglese piuttosto diffuso. Questa parentesi, però, non dura oltre i tre giorni di visita della città. Quando inforchiamo di nuovo la bicicletta e ci inoltriamo in angoli di terra remoti, campagne che forse non hanno mai visto prima un viso bianco, villaggi distanti anni luce dall’elettricità.

Gli abiti tradizionali delle donne indiane ci incantano coi loro colori sgargianti; la maniera semplice ma astuta con cui gli indiani risolvono i problemi pratici ci lascia affascinati; la natura rigogliosa delle campagne, dopo l’aridità di Emirati ed Oman, ci regala pedalate fresche.

Ma non è tutto rose e fiori come sembra: le condizioni igieniche di queste zone lontanissime dai circuiti turistici lasciano molto a desiderare. Ci troviamo a dormire, senza possibilità di scelta, in alberghi davvero sporchi e malmessi, in cui l’acqua corrente non è una certezza e l’acqua calda un sogno. A volte le stanze sono infestate di zanzare, altre volte le pareti sono marce di umidità o ricoperte degli sputi rossi del paan, cartoccini di foglie di betel ripiene di differenti mix di spezie e tabacco, oltre alle noci di areca che gli indiani masticano per lunghe ore prima di destinarle a questa ingloriosa fine!

Spesso in quegli stessi alberghi siamo costretti a consumarci anche la cena, perché in buona parte delle piccole città indiane l’illuminazione pubblica è un miraggio lontano e uscire la sera per due passi non è affatto piacevole. Allora, cercando di soprassedere alle condizioni della cucina, ordiniamo il piatto che ci sembra contenere meno prodotti deperibili. Un altro problema di questa regione, infatti, sono i frequenti tagli di corrente, che lasciano le città senza elettricità anche per svariate ore.

 

La conservazione dell’insulina

Il mio sistema di conservazione dell’insulina prevede che, ogni 72 ore almeno, le sei mattonelle che compongono il box isotermico vengano congelate in freezer. Non è sempre facile, in India, trovare congelatori e tanto meno essere certi del loro funzionamento. Una volta depositati i preziosi pezzi, io e Riccardo incrociamo le dita e speriamo che il freezer ospite, nelle successive tre o quattro ore:

  • non venga spento o svuotato;
  • si fulmini;
  • vada in black out;
  • venga rimosso;

o tutte queste cose insieme. Con i freezer, insomma, non ci annoiamo mai.

 

La questione dei carboidrati

La cucina del Rajasthan e dell’Uttar Pradesh è prevalentemente vegetariana, al contrario di quanto avviene nel Sud dell’India. Noi ci affezioniamo particolarmente al paneer butter masala, un piatto a base di formaggio fresco – il paneer appunto – e sugo rosso speziato, da accompagnare con riso o naan, il delizioso pane di forma appiattita cotto nel forno tandoori.

Quando ci sentiamo coraggiosi sperimentiamo il thali, piatto che in Italia si chiamerebbe “di tutto un po’“: in una portata si provano quasi tutti i sapori dell’India. Al Nord è servito in scodelline metalliche (non sulle foglie di platano come al Sud) ed è solitamente vegetariano, con verdure cotte e crude, legumi, sottaceti, diverse salse rigorosamente piccanti, yogurt, fritti e un dolce al riso.

Proviamo diversi curry che ci fanno lacrimare e tossire, nonostante i cuochi ci assicurino che le spezie proprio non le hanno messe!

La mia glicemia non risponde mai bene ai pasti indiani perché il riso, base di accompagnamento di quasi tutti i piatti, è ricchissimo di amido e fa schizzare in alto i miei valori glicemici. Per fortuna le temperature ragionevoli di novembre/dicembre ci consentono di pedalare anche nelle ore centrali della giornata, quindi tendiamo a fare pause-pranzo brevi per smorzare i picchi post-prandiali con l’attività ciclistica. La sera, ove posso, sostituisco il riso con il chapati, il roti o il naan, i tre diversi tipi di pane diffusi in questa parte di India.

 

Un piccolo vizio che ci concediamo più volte al giorno, sempre a proposito di zuccheri e glicemia, è il chai, una gustosissima bevanda calda a base di tè, latte e spezie (zenzero e cardamomo in primis), rigorosamente dolcissima. E’ servita in minuscoli bicchierini di vetro o terracotta al costo di 10 o 15 rupie (15 o 20 cent di €). A volte utilizzo il chai come soluzione alle ipoglicemie durante la pedalata: lo si trova davvero ovunque e, vedendo con i nostri occhi il latte in ebollizione, possiamo chiederlo anche nella peggiore delle bettole senza eccessivi rischi gastrointestinali. Se invece i miei valori glicemici sono buoni lo ordino senza zucchero, ma così facendo sconvolgo l’equilibrio perfetto del suo sapore.

Nell’ultima settimana indiana scopriamo poi che quei rotolini dall’aspetto appiccicoso e poco invitante che abbiamo finora evitato sono squisiti dolci fritti ripieni di zucchero liquido o glassati al miele. Vorremmo recuperare il tempo perso, ma mi accorgo subito che due rotolini al giorno, prima di una buona dose di pedalata, sono il massimo che la glicemia tollera. Riccardo, senza pudore, ne abusa!

Sulle strade indiane

Ad esclusione delle pause-chai, le ore di pedalate in India ci innervosiscono e tirano fuori il peggio di noi. Per cominciare il clacson incessante è la monotona colonna sonora di ogni giornata in sella: le precedenze, qui, sono determinate in base ai decibel che i vari mezzi riescono a emettere e i nostri campanellini non possono niente di fronte alla potenza di certi autotreni attrezzati con trombe incredibili. Siamo l’ultimo anello della catena stradale e ci dobbiamo sorbire questa assurda sinfonia per tutto il giorno, consapevoli che la ragione o il torto sono concetti relativi sulle strade indiane.

Il codice stradale sembra sconosciuto da queste parti. Si guida quasi indifferentemente a destra o a sinistra, in base all’occorrenza; i tuk-tuk accostano e ripartono come se in strada esistessero solo loro; i sorpassi sembrano scene di inseguimenti cinematografici a cui la polizia assiste indifferente.

Ad aggravare la nostra insofferenza c’è poi la mascherina (noi usiamo un collare di stoffa per praticità). La portiamo costantemente come tentativo di filtrare lo smog delle città indiane, molte delle quali figurano nella lista delle più inquinate al mondo. Ogni sera la laviamo e inorridiamo alla vista dell’acqua nera che produce.

 

 

Vi piacerebbe appendere o regalare un poster con una delle foto di questo appassionante viaggio?

Dall’inizio di marzo 2017, è on line il nuovo negozio di poster: “For a piece of cake: da Cesena a Singapore in bicicletta con il diabete di tipo 1”
Lo trovate a questo link http://forapieceofcake.bigcartel.com/
Provate a dare un’occhiata: ci troverete una piccola selezione delle foto preferite di Chiara e Riccardo (lo sapete che Riccardo Rocchi è un fotografo professionista, (non per nulla le foto sono così belle!!), trasformate in stupendi poster 50×75 cm dallo studio Minimum di Palermo e spediti ovunque siate.

Una bella idea per supportare i vostri cicloturisti preferiti e arredare il vostro studio o la vostra cucina, o entrambi con un’immagine affascinante. Spargete la voce e grazie mille!

 

Tutte le foto sono di proprietà di Riccardo Rocchi, fotografo, For a piece of cake©. Il loro utilizzo è subordinato ad una sua approvazione scritta.

 

Per altre informazioni sull’itinerario e sul diario del diabete, fare riferimento al sito For a piece of cake, da Cesena a Singapore forapieceofcake.com/en e alla pagina specifica delle statistiche (forapieceofcake.com/it/statistiche) ove vengono riportati i dati del viaggio e del diabete: dati di percorso, dati energia, e i dati sull’andamento glicemico.

 

 

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