L’inizio di una nuova avventura

L’inizio di una nuova avventura

Era settembre. I primi giorni del mese. Dopo la scomparsa di mio fratello Remo, la vita, lentamente, riprendeva il suo ciclo di sempre: lavoro, casa, lavoro….. e stress.

 

Un lavoro incessante, sempre all’erta ma fondamentale

Ore e ore seduto alla scrivania a seguire linee colorate che si susseguivano ad indicare la circolazione dei convogli sui vari schermi.
Un lavoro svolto rispondendo agli squilli perenni dei 60 circuiti telefonici, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Impartivo ordini e disposizioni di circolazione ai vari impianti e treni attraverso un microfono che mi permetteva, giorno e notte, di parlare con tutti.
Lavoro assurdo quello in una Sala Controllo Circolazione ferroviaria, ma fondamentale per la circolazione dei treni di una linea ferroviaria: ha sempre richiesto un impegno costante, preciso senza esitazioni.
Devi capire in tempo reale cosa sta accadendo e come evolverà nei minuti successivi.
Le tue scelte hanno ricadute non solo sulla circolazione ferroviaria e quindi sulla puntualità, ma anche e soprattutto, sulla sicurezza di chi viaggia.
Lo sanno pochi, non lo intuisce alcuno, ma tu sei li, presente, come un controllore del traffico aereo, solo che lo fai con centinaia e centinaia di treni al giorno.
Alla fine delle tue otto ore (di giorno come di notte) sei stanco malgrado sia stato sempre seduto: la schiena ti duole, gli occhi bruciano dannatamente, le orecchie percepiscono ogni rumore, anche il più piccolo, come un fischio, una sorta di acufene “tecnologico”.
Ho lottato e lotto ancor oggi contro ogni inimmaginabile avversità ferroviaria e al termine delle “tue” ore non desideri altro che andare a casa e sdraiarti spossato, dimenticato.

Quando arrivi, a fine turno, la cena non è la cena come tutti la interpretano. No.

Sei talmente “frullato” che anche la cena diventa solo un fastidio che ti permette di compiere una cosa diversa dalla routine che hai appena terminato. Quasi svogliato, ingurgiti il cibo, in modo automatico, sperando che quel desinare finisca presto anch’esso perché non vedi altro che il letto quale unico vero ristoro…
Ma come? Sei stanco? Ma se sei stato seduto tutto il giorno…” – questa è l’affermazione che ti balena in mente (non solo a te…) – … In verità sai che quell’attenzione, quello stare attento con tutto te stesso ad ogni squillo, ad ogni voce che l’altoparlante ti invia, che ogni cellulare o telefono fisso ti trasmette, è tutta rivolta a cosa dovrai decidere nei pochi minuti successivi, in quel lasso di tempo brevissimo che trascorre in fretta e che ti pare duri un’eternità. L’eternità che ti separa dal “prima che accadesse” con il “è finita. Sarà per la prossima volta”…In un’ennesima esplosione di adrenalina impressionante…
Nessuno, che non svolga questo lavoro, tanto difficile, amato e odiato, può immaginare cosa significhi un guasto di un apparato, un animale investito o peggio, quando un essere umano sceglie per farla finita, di gettarsi sotto le ruote ferrate di un treno… Non è immaginabile neppure se si è dotati della più fervida fantasia.

 

Tuttavia, molti come me, convivono con queste e un’infinità di altre situazioni simili.

Situazioni che producono una quantità industriale di stress, tensione, amaro in bocca, acidità di stomaco, paura che qualche cosa ti sfugga e che, proprio per questo motivo, possa errare nello scegliere…quando va tutto bene.
Come quella volta che un collega, un amico con il quale chissà quanti caffè abbiamo preso insieme parlando delle solite banalità…donne, sport, soldi che non bastano mai, i figli… e che il giorno dopo, era finito in ospedale con una gamba tagliata tenuta in mano nella speranza di poterla vedere riattaccata… la tua gamba…
E quanti altri… un’umanità infinita.
Li chiamano infortuni, vittime del lavoro, qualcuno redige statistiche, altri leggono discorsi di commiato, poi, “passata la festa, gobbato lo Santo” si dice.
Per me sono stati solo amici, colleghi, uomini, creature che ho incontrato…come tanti.
Era settembre dicevo, la schiena doleva, le membra mi ricordavano che il tempo tiranno trascorre, inesorabile. Per tutti.
Assunto che tutte le terapie si erano rivelate non sufficienti, iniziai a documentarmi. Dovevo risolvere alcuni problemi contemporanei: problemi cardiovascolari, il diabete latente, la dolenzia perenne delle membra, per via di quella vita troppo “da seduti”, lo stress che il lavoro mi consegnava giorno dopo giorno e che vi ho in fretta narrato.

 

In realtà, non sono mai stato una persona sedentaria

Questo comportamento sedentario era per lo più legato alle ore lavorative. Ma anche se sono solo otto ore trascorse seduti in modo ininterrotto, il danno che arrecano a sé stessi è incommensurabile! L’ho accertato nel corso degli anni.
Come sempre uso fare, mi ero documentato per oltre sei mesi, tantissimo. Poi ho iniziato cercando, dicevo, qui a Torino, palestre, centri sportivi, associazioni ecc. ma tutte, chi per un motivo, chi per un altro, inevitabilmente coniugavano una disciplina, una tecnica qualunque fosse, con il concetto del “io faccio questo, tu mi paghi tot…” che tu stessi bene o meno, dopo… nulla.
Ca…i, ops, fatti tuoi! Già.
Sono in molti che si spacciano per “maestri”, ben pochi, se non pochissimi, rarità, lo sono realmente.
Ero rassegnato. Avrei solo sprecato tempo e denaro…tutto era buio pesto.

 

Un giorno, casualmente, scoprii un maestro diverso che subito mi affascinò

Enzo L. era un ex pugile che smessa la divisa e il ring aveva intrapreso seriamente un percorso di vita, una via attraverso lo studio del Kung Fu prima in Francia e poi a Padova con vari maestri.
Gli telefonai domandando un appuntamento. Allora, non nutrivo speranze: tra me e me mi dicevo “…un altro…”.
Ci incontrammo. Pioveva.
La sua figura mi inquietava e, al tempo stesso, mi attraeva. Tutto poteva sembrare fuor che un maestro di Kung Fu, T’Ai Chi Ch’Uan, Qi Gong (o Chi Kung).
Dopo alcune parole, rimasi affascinato dal suo modo deciso ma gentile di esprimersi: decisi e iniziai così lo studio del T’Ai Chi Ch’Uan.
Sarò sincero. Fui subito assalito dalla paura che è di tutti gli studenti delle discipline cinesi: “non imparerò mai… non ce la posso fare…è troppo complicato”. Che lingua incomprensibile…
Infatti, se lo domandano tutti: molti lasciano, altri aspettano qualche mese per cedere, altri, più cocciuti, continuano. E li riconosci: trasmettono un’aria unica, una serenità, un’allegria che nasce presto, si amplifica, e si trasmette a chi li circondaUn inestimabile senso di pace.
Era Settembre…

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