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L’Iran del velo, dei datteri e dei materassi per terra: bici-diario col diabete di tipo 1

Nel giro di quarantacinque lunghi giorni, insieme a Riccardo, ho pedalato quasi 2000 km di Iran, da Nord a Sud, avendo modo di vedere panorami mozzafiato, visitare tantissime città e villaggi, dai più anonimi alle magnifiche Esfahan e Shiraz, farci incantare della raffinata architettura persiana, mangiare piatti locali (purtroppo  poco vari) e conoscere un numero spropositato di iraniani.

Ecco un breve riassunto di questo mese e mezzo che non ha la pretesa di descrivere in maniera esaustiva un paese estremamente vario e complicato.

 

I divieti governativi: ogni giorno abbiamo infranto qualche legge!

Anzitutto per poter visitare il paese in bicicletta (essendo un mezzo  autonomo) avremmo dovuto pagare una guida che stesse con noi 24 ore al giorno. Alle donne, poi, non è consigliato l’uso della bici, perché secondo una recente fatwaattira troppo l’attenzione degli uomini, esponendo la società alla corruzione e mettendo a rischio la verginità“. Sono in corso, nel paese, degli atti di protesta da parte di coraggiose donne a cui questo ennesimo, ridicolo divieto non va giù.
Poi abbiamo dormito nella stessa stanza di albergo, quando una coppia non sposata non potrebbe farlo. Nei momenti di pausa abbiamo giocato a carte nella hall di qualche hotel, passatempo vietato nei luoghi pubblici.
Abbiamo utilizzato Facebook e YouTube per raccontare il nostro viaggio sui social network, infrangendo le censure imposte dal governo su questi portali.
Tutte queste regole hanno fatto sì che la nostra permanenza in Iran non fosse delle più rilassanti, visti anche i frequenti controlli a cui la polizia ci ha sottoposti, non sempre con fare amichevole.
Quei quarantacinque giorni, poi, hanno comportato tanti sacrifici, legati soprattutto alle norme di comportamento della Repubblica Islamica: ho sempre indossato il velo e i calzoni lunghi (anche nella pedalata in mezzo al deserto delle regioni meridionali) e cercato di mostrare meno centimetri di pelle possibile, mi sono sentita osservata quando tutte le donne attorno a me erano coperte dalla testa ai piedi dal chador nero, ho tollerato che fosse Riccardo a gestire ogni genere di situazione in cui dovevamo relazionarci con uomini iraniani e non ci siamo mai goduti una birra fresca dopo le ore di pedalata sotto al sole.
Ma questa è solo una faccia della medaglia.

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Gli iraniani, cordiali oltre ogni aspettativa

Dall’altro lato abbiamo trovato un popolo ospitale e amichevole come nessun’altro finora. Gli iraniani, che fossero di etnia turca, curda, persiana, lur o araba, sono riusciti a farci sentire i benvenuti in ogni circostanza, hanno insistito perché fossimo loro ospiti, si sono sbracciati per bloccarci durante la pedalata per un selfie insieme, ci hanno accompagnati in bici per alcuni chilometri e offerto cibo o bibite continuamente, considerandoci cari amici dopo poche ore trascorse insieme.
L’isolamento e la chiusura del paese verso il mondo occidentale, insieme allo scarso turismo di cui è meta, hanno reso gli iraniani estremamente curiosi nei confronti degli stranieri e desiderosi di mostrare con orgoglio le meraviglie della propria patria. Perfettamente consapevoli della spiacevole reputazione di paese poco sicuro di cui l’Iran gode all’estero, sembrano voler far ricredere il turista in ogni modo.
Nel corso di questi quarantacinque giorni siamo entrati in casa di tante famiglie, di solito numerose, e abbiamo condiviso con loro i pasti seduti nei tappeti persiani che ricoprono ogni centimetro di pavimento, imparando a mangiare senza sollevare il piatto verso la bocca e a dormire per terra su sottili materassi, alla maniera persiana.

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I “guardiani della moralità”

Alcune delle persone che ci hanno ospitato si sono confidate con noi e abbiamo capito quanto il popolo sia insoddisfatto e oppresso dal governo religioso che, parallelamente a quello eletto dal popolo, stringe il paese in una morsa soffocante.
Abbiamo avuto l’impressione che il divertimento, almeno quello “pubblico”, fosse estremamente tenuto a freno, come se i due severi volti degli ayatollah Khomeyni e Khamenei, raffigurati su ogni parete pubblica, fossero sempre pronti a giudicare la condotta dei cittadini.
Nel paese non esistono discoteche, l’alcool è vietato e le attività promiscue tra ragazzi e ragazze (che non abbiano un legame di parentela stretto) sono assolutamente sconsigliate. I giovani, tutti attivi sui social network, si rendono conto che il rapporto tra uomo e donna nella loro società è anacronistico: frequentano scuole separate fino al momento dell’università e nell’adolescenza hanno rare occasioni di conoscere persone dell’altro sesso.
Esistono, in Iran, i “guardiani della moralità“, temuti personaggi in borghese che si aggirano per le città controllando che vengano rispettate tutte le norme etiche della Repubblica Islamica e denunciando al governo eventuali contravventori.
Nel privato delle mura domestiche o nelle esuberanti celebrazioni dei matrimoni, invece, gli iraniani sanno abbandonare la forzata austerità e divertirsi come pazzi tra lauti banchetti, musiche e danze molto coinvolgenti. A Bukan siamo stati ospiti di una celebrazione curda e abbiamo visto sorridenti uomini e donne (alcune senza velo) danzare insieme in cerchio per tutta la notte.

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Il diabete a tavola con gli iraniani

La cucina tradizionale iraniana fa uso principalmente di carne di manzo o pollo, riso, cipolle, pomodori e un tipo di pane sottilissimo chiamato lavash: tutti alimenti sani e con un impatto glicemico facilmente gestibile.
Quello per cui ho sofferto terribilmente, però, è la monotonia dell’offerta di cibo. Alla fine di una faticosa giornata in sella alle bici, infatti, la soddisfazione alimentare è per noi fondamentale. Il 90% dei ristoranti iraniani, invece, serve solo kebab, cioè spiedoni di pollo o manzo grigliati insieme a qualche pomodoro, accompagnati da cipolla, lime, lavash o riso. Se il kebab era buonissimo al primo e secondo giorno, al terzo ho detto ”va bene”, ma al quarto era quasi insopportabile.
Dopo cena ci vedevamo costretti, per risollevare il morale, ad entrare in una delle numerosissime pasticcerie e concludere con qualche dolcetto tipico. I nostri preferiti erano i biscotti al cocco, fatti di una pasta frolla delicatissima, che qualcuno ha commesso l’errore di definire sani… E allora ne abbiamo abusato, testimone la mia glicemia!
Nelle colazioni in hotel ho imparato ad apprezzare la marmellata di carote e la marmellata di rose (soprattutto quando non esistevano alternative!), l’uovo fritto e formaggio-e-pomodori-sul-pane: combinazione bizzarra di cui non conteggiavo mai bene i carboidrati.
Kermanshah, cittadina visitabile in due comode ore, un’intossicazione alimentare ci ha costretti a letto, prima uno poi l’altro, per dieci lunghi giorni, in cui siamo sopravvissuti a riso bianco e petto di pollo. Abituati come siamo a cambiare località ogni giorno, la reclusione forzata in una piccola camera d’albergo di una città che poco ha da offrire ci ha abbattuti moralmente oltre che fisicamente. Da allora, abbiamo iniziato a dubitare anche della frutta e della verdura non cotta, restringendo ancora di più le già limitate possibilità di scelta.
Nelle case iraniane, invece, la varietà e i piatti squisiti non sono mai mancati: zuppe di carne, legumi o verdure da accompagnare al riso bianco, stufati, pasta.
Una sera la decorazione ‘Welcome‘ sulla salsa di yogurt ci ha dato il benvenuto ad una tavolata (in senso lato) imbandita di piatti della cucina casalinga iraniana di cui non sospettavamo l’esistenza.

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La fortuna vuole che io abbia incontrato i datteri iraniani solo a poche centinaia di chilometri dal confine. Una famiglia ce li ha regalati mentre ce ne stavamo andando dopo aver trascorso la notte loro ospiti: “Questi vanno bene per il diabete!”.
Li ho presi alla lettera e quel sacchetto da 500 grammi di datteri non è sopravvissuto alla giornata sui pedali. Da allora li ho mangiati come anti ipoglicemizzante (e non solo) per tutte le restanti pedalate iraniane!

Ce ne andiamo dall’Iran con un po’ di desiderio di rituffarci nell’epoca moderna tra i grattacieli di Dubai, ma anche con la consapevolezza di lasciare un popolo che non avrà eguali per il resto del viaggio. Degli iraniani portiamo con noi i sorrisi, gli incoraggiamenti e l’ospitalità estrema che ci hanno regalato dal primo all’ultimo giorno.

 

 

 

 

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