Patagonia: la sfida più dura sino ad ora, per il diabete

IL VIAGGIO DI CLAUDIO CON IL DIABETE DI TIPO 1. UN MODO PER CONOSCERSI E METTERSI ALLA PROVA

PATAGONIA CILENA

Oltre 700 giorni ormai in giro per il mondo. 35 nazioni, diverse culture, popoli e persone. La natura che, con un viaggio lento come il mio cambia altrettanto lentamente. Nonostante tutto questo non smetto di stupirmi e di prefiggermi obiettivi. Uno di questi era raggiungere Ushuaia, la fine del mondo. Quell’ultimo avamposto, prima dell’Antartico, il Polo Sud. Significa attraversare tutto il continente americano, da Vancouver in Canada dove sono attraccato con la mia nave cargo ormai un anno fa fino alla punta più estrema del Sudamerica: 11 mesi. Ma significa anche fare i conti con il diabete che ogni tanto vuole dire la sua.

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Il mio compagno di viaggio, il diabete, seppur in maniera altalenante, si è adattato.

Ai climi, al cibo, alle condizioni igieniche. Nell’ultimo periodo, tuttavia, in Patagonia mi ha dato qualche pensiero in più. Viaggiavo in autostop e dormivo in tenda, nella natura. Luoghi magnifici ed incantevoli che tuttavia non lasciano scampo se colti impreparati. Nel sud del Cile passano pochissime auto. A volte mi è toccato aspettare fino a quattro ore per trovare un passaggio. E lì, nel mezzo del nulla, nel mezzo di una natura predominante dovevo essere sempre pronto ad ogni evenienza. A dover montare la tenta e dormire la notte di fianco alla strada. A cucinarmi un po’ di riso con un fuoco. A dover fronteggiare  anche ipoglicemie improvvise.  Fortunatamente non c’è mai stato bisogno, ma il pensiero era costante. Era il chiodo fisso nella mia testa, ogni spostamento era dettato dalle provviste e dagli zuccheri. I frequenti controlli sono stati la chiave oltre a un dosaggio cautelativo a scapito di valori più bassi.

 

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La più grande difficoltà tuttavia l’ho incontrata durante un trekking molto impegnativo

Mi trovavo a Torres del Paine, nel profondo sud del Cile. Ho dovuto pianificare una camminata di 140 chilometri in nove giorni. Sei, a volte otto ore di cammino con diciotto chili sulle spalle. Dislivelli a volte importanti e l’impossibilità apparente di reperire provviste. La pianificazione è stata tosta, mai mi ero avventurato in qualcosa del genere. Gestire scorte in relazione al peso dello zaino per quasi dieci giorni.

Ho optato per colazioni energetiche a base di caffè e biscotti, pranzi con panini e cene con riso, olio e formaggio. In linea di massima la soluzione adattata era congeniale al peso e allo sforzo tuttavia fin dal primo giorno il consumo di energie è stato superiore alle aspettative. Ho dovuto abbassare drasticamente le unità di insulina basale e ancora di più quelle di insulina rapida. Al terzo giorno ho smesso di iniettarmi insulina rapida a pranzo per prevenire ipoglicemie. Ogni sera passavo mezz’ora a pianificare la giornata successiva e valutare quando mangiare e la quantità di insulina. Non è stato semplice.

 

Non perdere la calma e gestire al meglio le energie è stato provvidenziale

Una mattina mi aspettava una salita di 3 chilometri con un dislivello di 800 metri. Sarei arrivato in cima a una vetta dove godere di una splendida vista e poi sarei tornato all’accampamento. Avevo pianificato due ore di cammino. Sono partito scarico, senza zaino, ma con un succo di frutta in tasca per sicurezza.

Mi sbagliavo. Ci ho impiegato quasi tre ore e mezza e l’alto dislivello iniziale mi ha causato subito un’ipoglicemia, dopo quaranta minuti di cammino. Il succo di frutta è stato provvidenziale, ma ora non avevo più soluzioni di emergenza. L’errata pianificazione ha fatto il resto. Sono arrivato in vetta con un valore di 70. Il percorso di ritorno era di almeno una ora e mezza, fortunatamente in discesa. La mia unica soluzione era monitorare, non perdere la calma e gestire al meglio le energie. Ho misurato ogni singolo passo e lavorato tanto con la mente. Mi muovevo lento e felpato. Dopo quasi un’ora, la glicemia era scesa a 40. Ero in ipoglicemia forte e in mezzo alle montagne. Non ero solo, ma i miei compagni, come me, erano partiti senza provvista alcuna.

 

Mi siedo. Cerco di analizzare la situazione.

Trovo nel marsupio briciole di biscotti e una vecchia confezione di noci. Ribalto tutte le tasche, qualsiasi residuo commestibile andava bene. Riprovo la glicemia, è stazionaria sebbene bassa. Riparto, non ho alternative.

Arrivo all’accampamento pallido e senza forze, mi precipito alla tenda e inizio a mangiare per recuperare forze e zuccheri. È andata bene, ma probabilmente è stata l’esperienza più difficile di tutto il mio viaggio intorno al mondo. La considerazione che mi viene in mente è che avevo pianificato a fondo il percorso e purtroppo avevo sbagliato. Tuttavia se una situazione del genere fosse capitata in un contesto normale non mi sarei nemmeno messo a pianificare con scrupolo e avrei avuto problemi ben più gravi. Non è quindi il viaggio a essere pericoloso, quanto la nostra stessa attitudine mentale.

 

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La brutta esperienza mi è servita quindi per ….. l’avventura dei giorni successivi.

Un altro aspetto importante di questo trekking si rivelò anche il clima. La notte dormivo in tenda con temperature sotto zero. Questo non mi permetteva di riposare bene, ma i guai col diabete sarebbero arrivati dopo. Una volta rientrato alla civiltà ho pian piano recuperato i dosaggi a cui ero abituato, ma la glicemia era come impazzita e costantemente alta. In maniera inspiegabile. Certamente stavo mangiando di più e mi muovevo meglio, ma tali valori erano ingiustificabili. Grazie al sensore che monitora costantemente la glicemia ho analizzato bene le curve. Ero senza internet e non avevo modo di parlare col dottore. Le glicemie si alzavano ben lontane dai pasti. Quelli con l’aumento dell’insulina rapida riuscivo a contrastarli. Il problema era la basale. Non tenendola in tasca, ma nello zaino abbastanza esposta di notte, senza accorgermene, congelava. E questo per sei notti. Finché mi muovevo e compivo grandi sforzi non riuscivo a rendermene conto, ma una volta tornato in città ho dovuto fare i conti anche con questo. Congelandosi, l’insulina basale aveva perso efficacia. Ho così cambiato la penna con una nuova e in un paio di giorni le curve glicemiche sono tornate regolari.

L’arrivo in Terra del Fuoco mi ha messo a dura prova, ma a questo punto la conquista è stata ancora più gratificante.

La lezione imparata è che certamente il diabete è gestibile e può permettere una vita normale. Tuttavia non bisogna mai perdere la consapevolezza che nasconde insidie pericolose che occorre non dimenticare mai.

 

 

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Per chi volesse donare a Human Traction. Anche una piccola offerta può fare la differenza per loro, soprattutto dopo il dramma del Nepal. Alcune realtà fotografate da Claudio nel suo viaggio non esistono più. L’indirizzo per tutte le informazioni è il seguente: www.humantraction.org

 

 


Per saperne di più vedi i video

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Tutte le foto riportate sono scattate e gentilmente concesse da Claudio Pelizzeni durante il suo viaggio senza aerei.

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