PREVENZIONE – Cronaca di un diabete annunciato

Il diabete di tipo 2 parte da lontano. Prima che i classici segni della malattia, come l’eccesso di zuccheri nel sangue o l’eliminazione attraverso le urine, facciano la loro apparizione, comincia a cambiare la chimica del corpo. Sono piccole variazioni della glicemia e modificazioni della sensibilità delle cellule all’insulina che, secondo uno studio inglese appena pubblicato su Lancet e discusso in occasione del meeting annuale dell’American Association of Diabetes a New Orleans, predicono la malattia con molto anticipo. E potrebbero servire per identificare le persone a rischio e suggerire una prevenzione più incisiva.
Il diabete di tipo 2 è una condizione provocata da un eccesso di glucosio nel sangue e si manifesta o quando l’organismo produce meno insulina di quella che è necessaria per un corretto metabolismo dello zucchero o quando le cellule dell’organismo diventano insensibili a questo ormone e quindi non utilizzano il glucosio in maniera appropriata. La malattia è molto diffusa nelle aree industrializzate ed è in rapida espansione anche in Paesi come la Cina o l’India, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di vera e propria epidemia e prevede per il 2030 370 milioni di malati.
E’ proprio per questo che la ricerca si è attivata nel tentativo di predirne la comparsa e di limitare i danni della malattia conclamata. E i costi: già oggi quelli per il diabete di tipo 2 sono compresi fra il 3 e il 6 per cento della spesa sanitaria totale in 8 Paesi europei. I ricercatori dell’University College di Londra hanno seguito oltre 6.500 impiegati statali per dieci anni durante i quali hanno diagnosticato oltre 500 casi di diabete di tipo 2. Nelle persone che, col tempo, hanno sviluppato la malattia i ricercatori hanno notato che già tre anni prima della comparsa dei sintomi, i livelli di glicemia a digiuno e dopo il pasto cominciavano rapidamente ad aumentare e altrettanto rapidamente si riduceva la sensibilità all’insulina. Sempre tre o quattro anni prima della diagnosi aumentava anche la funzione delle beta cellule del pancreas nel tentativo di compensare, attraverso una maggiore produzione di insulina, il glucosio nel sangue, ma questa attività si riduceva, poi, nei tre anni dopo la diagnosi. I ricercatori pensano che la possibilità di identificare le persone ad alto rischio possa servire per una prevenzione più mirata attraverso interventi precoci, prima ancora che si instauri lo stadio di pre-diabete e possano ritardare la comparsa della malattia. Ma non tutti sono d’accordo: in un editoriale di accompagnamento del lavoro su Lancet, due esperti della Oxford University affermano che queste valutazioni sono poco sensibili e specifiche per avere la certezza che una persona svilupperà la malattia e che sarebbe invece più opportuno intensificare la caccia di quelle patologie che creano uno scompenso nell’organismo e fanno precipitare la situazione verso un diabete conclamato.

 

 

Fonte9 giugno 2009 – corriere.it

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