Anna Arnaudo, vicecampionessa italiana di mezza maratona: «Il diabete non deve fermare i sogni»
La mezzofondista azzurra, atleta con diabete tipo 1, conquista il secondo posto ai Campionati italiani di mezza maratona. Un risultato sportivo importante, che rilancia la battaglia per il diritto degli atleti con diabete di entrare nei gruppi sportivi militari.
In breve
- Anna Arnaudo è vicecampionessa italiana di mezza maratona: il 1° novembre 2026 ha conquistato il secondo posto ai Campionati italiani di Padenghe sul Garda, con il tempo di 1h12'28", dopo un periodo difficile.
- Un ritorno importante dopo un infortunio: per la mezzofondista azzurra con diabete tipo 1 è il secondo miglior tempo personale sulla distanza.
- Il diabete non deve precludere lo sport agonistico: Anna ribadisce che, con preparazione, responsabilità e un'adeguata gestione della patologia, è possibile raggiungere obiettivi ambiziosi.
- La battaglia per i gruppi sportivi militari: FeSDI, AMD e SID chiedono di superare l'esclusione automatica degli atleti con diabete e di introdurre valutazioni individuali.
- L'appello alle istituzioni: la Federazione si rivolge ai Ministri Abodi, Crosetto e Schillaci per trasformare il confronto in un cambiamento concreto.

La mezzofondista azzurra, atleta con diabete tipo 1 e Ambassador FeSDI, conquista il secondo posto ai Campionati italiani di mezza maratona. Un risultato sportivo importante, che rilancia anche la battaglia per il diritto degli atleti con diabete di entrare nei gruppi sportivi militari.
Ci sono traguardi che valgono più di una medaglia. Perché raccontano una passione che non si arrende, la forza di ripartire dopo un momento difficile e, soprattutto, la volontà di non lasciare che una diagnosi decida fin dove si può arrivare.
La storia di Anna Arnaudo, mezzofondista azzurra con diabete tipo 1, è anche questo.
Il 1° novembre 2026, ai Campionati italiani disputati a Padenghe sul Garda, Anna ha conquistato il titolo di vicecampionessa italiana di mezza maratona, percorrendo i 21,097 chilometri in 1h12’28”. Un risultato di grande valore, arrivato dopo mesi complicati a causa di un infortunio e che rappresenta anche il secondo miglior tempo della sua carriera sulla distanza.
Una soddisfazione che Anna, Ambassador della Federazione delle Società Diabetologiche Italiane (FeSDI), vive con particolare emozione. Ma il suo traguardo porta con sé anche un messaggio che va oltre lo sport: avere il diabete tipo 1 non significa dover rinunciare alle proprie ambizioni, nemmeno quando si punta ai massimi livelli agonistici.
Anna Arnaudo: la passione per la corsa e la voglia di ripartire
«Sono molto felice di questo risultato, soprattutto dopo i mesi difficili dell’infortunio. Tornare a gareggiare a questi livelli e ottenere il secondo miglior tempo della mia carriera in mezza maratona significa molto», racconta Anna.
Parole che restituiscono il valore di una conquista costruita con talento, allenamento, pazienza e determinazione.
Per chi convive con il diabete tipo 1, lo sport agonistico richiede una gestione attenta della glicemia, una preparazione accurata e la capacità di affrontare le esigenze della propria condizione anche durante allenamenti e competizioni. Ma tutto questo non cancella la possibilità di competere, migliorarsi e raggiungere risultati importanti.
Anna lo dimostra con la sua esperienza e con una testimonianza che negli anni è diventata un punto di riferimento per tanti giovani con diabete.
«Convivere con il diabete tipo 1 richiede attenzione, preparazione e responsabilità, ma non significa dover rinunciare agli obiettivi più ambiziosi», sottolinea Anna.
Un messaggio importante, soprattutto per chi è giovane e teme che la diagnosi possa cambiare per sempre il proprio futuro.
Diabete tipo 1 e sport: il talento non può essere escluso da una diagnosi
La conquista di Anna riporta sotto i riflettori una questione sulla quale la FeSDI è impegnata da tempo: l’esclusione delle persone con diabete dall’accesso ai gruppi sportivi militari e dei Corpi dello Stato.
Per gli atleti di alto livello, entrare a far parte di questi gruppi rappresenta una possibilità fondamentale per costruire e sostenere nel tempo una carriera agonistica. Significa poter contare su un supporto professionale, economico e organizzativo che può fare la differenza nel percorso di uno sportivo.
Eppure, ancora oggi, la diagnosi di diabete può rappresentare una causa automatica di esclusione, a causa di una normativa obsoleta del 1932 (quanti progressi sono stati fatti da allora!!) indipendentemente dalle condizioni cliniche individuali, dalla preparazione atletica e dai risultati raggiunti.
Una situazione che Anna conosce molto bene e che l’ha vista impegnata direttamente anche sul fronte della sensibilizzazione istituzionale.
Il suo messaggio è chiaro: un atleta dovrebbe essere valutato per quello che è realmente in grado di fare, non escluso in partenza a causa della propria diagnosi.
Non si tratta di chiedere meno sicurezza o trattamenti di favore. Si tratta di superare criteri automatici e adottare valutazioni individuali, fondate sulle evidenze scientifiche, sulle condizioni cliniche e sull’effettiva idoneità alla pratica sportiva.
Una battaglia di civiltà e di pari opportunità che riguarda Anna, ma anche tanti altri giovani atleti che sognano di trasformare la propria passione in una professione.
FeSDI: «È il momento di superare una discriminazione non più giustificata»
A sostenere questa richiesta sono le due principali società scientifiche italiane della diabetologia, AMD e SID, riunite nella Federazione delle Società Diabetologiche Italiane (FeSDI).
«Quello raggiunto da Anna è innanzitutto un risultato sportivo di altissimo livello, frutto del suo talento, della preparazione e del lavoro degli ultimi mesi. Ma è anche la dimostrazione concreta di quanto il diabete, quando adeguatamente gestito, non debba rappresentare di per sé un limite alla pratica sportiva agonistica», dichiara Salvatore De Cosmo, Presidente FeSDI e Associazione Medici Diabetologi.
Le conoscenze cliniche, le terapie e le tecnologie oggi disponibili hanno profondamente cambiato la gestione del diabete, consentendo a molte persone di affrontare anche attività fisiche e prestazioni sportive particolarmente impegnative.
Per questo, secondo De Cosmo, è necessario superare automatismi che non tengono conto dell’evoluzione della diabetologia e delle reali condizioni della singola persona.
Sulla stessa linea Riccardo Bonadonna, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID), che sottolinea come il principio da tutelare non sia quello di introdurre deroghe ai criteri di sicurezza, ma di garantire che l’idoneità venga valutata sulla base delle evidenze scientifiche e delle condizioni effettive dell’atleta.
«La diagnosi, da sola, non dovrebbe trasformarsi in un giudizio preventivo sulle capacità di un atleta», osserva Bonadonna.
Un appello ai Ministri Abodi, Crosetto e Schillaci: il diritto allo sport non può aspettare
La FeSDI rivolge ora un appello al Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, al Ministro della Difesa Guido Crosetto e al Ministro della Salute Orazio Schillaci, affinché si arrivi a un intervento concreto per superare una norma ritenuta discriminatoria e non più coerente con le conoscenze scientifiche e la realtà sportiva di oggi.
Sono già state presentate proposte legislative per consentire agli atleti con diabete di partecipare alle procedure di arruolamento, attraverso valutazioni che considerino le condizioni individuali, il controllo della patologia e l’effettiva idoneità.
L’obiettivo è semplice e importante: permettere che siano il talento, la preparazione e i risultati a determinare le opportunità di un atleta, non una diagnosi.
La storia di Anna Arnaudo ci ricorda che il diabete tipo 1 non cancella i sogni e non definisce il valore di una persona. Il suo secondo posto ai Campionati italiani è una bellissima notizia per lo sport italiano e un messaggio di fiducia per tutti coloro che convivono con il diabete.
Ma sarebbe bello che, un giorno, un’atleta come Anna non dovesse più impegnarsi anche per difendere il proprio diritto a essere atleta.
Perché correre, competere, migliorarsi e sognare in grande dovrebbero essere possibilità aperte a tutti. Senza discriminazioni.




