Diabete, il futuro della cura passa dalla medicina rigenerativa: cellule staminali, nuove cellule beta e terapia genica

Al 31° Congresso Nazionale SID di Rimini (20-31 ottobre) si è parlato molto delle nuove frontiere della ricerca: sostituire le cellule pancreatiche che non funzionano più, stimolarne la rigenerazione o insegnare ad altri tessuti, come il muscolo, a produrre insulina.

In breve

  • Terapia cellulare: cellule produttrici di insulina ottenute da cellule staminali vengono già sperimentate nell'uomo per sostituire le cellule beta pancreatiche danneggiate.
  • San Raffaele di Milano: partecipa alla sperimentazione clinica con cellule derivate da staminali. I primi dati pubblicati mostrano evidenza di funzione delle cellule impiantate.
  • Cellule invisibili al sistema immunitario: si studiano modifiche genetiche per proteggere le nuove cellule dall'attacco immunitario ed evitare, in prospettiva, l'impiego continuativo di farmaci immunosoppressori.
  • Medicina rigenerativa: nuovi farmaci cercano di stimolare la proliferazione delle cellule beta ancora presenti nel pancreas, un approccio particolarmente interessante per il diabete di tipo 2.
  • Terapia genica: una strategia sperimentale punta a introdurre nel muscolo i geni dell'insulina e della glucochinasi, trasformandolo in un sistema capace di contribuire al controllo della glicemia.
  • La strada della glucochinasi: il dorzagliatin, farmaco orale che attiva questo enzima, è già approvato in Cina per il diabete di tipo 2, ma non è ancora disponibile in Europa.
Diabete, il futuro della cura passa dalla medicina rigenerativa: cellule staminali, nuove cellule beta e terapia genica

Al 31° Congresso Nazionale SID di Rimini (20-31 ottobre) si è parlato molto delle nuove frontiere della ricerca: sostituire le cellule pancreatiche che non funzionano più, stimolarne la rigenerazione o insegnare ad altri tessuti, come il muscolo, a produrre insulina. Alcune strategie sono già in sperimentazione clinica nell’uomo. Ce ne parla il professor Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute del San Raffaele di Milano.

E se un giorno fosse possibile non soltanto somministrare insulina o farmaci per controllare la glicemia, ma ripristinare la capacità dell’organismo di produrre autonomamente questo ormone? È una delle sfide più ambiziose della ricerca diabetologica, che sta esplorando nuove strade per intervenire direttamente sui meccanismi alla base della malattia. Dalla sostituzione delle cellule beta pancreatiche danneggiate con cellule ottenute in laboratorio, alla stimolazione della loro rigenerazione attraverso nuovi farmaci, fino alla terapia genica, che punta a trasformare il muscolo in un tessuto capace di contribuire alla produzione di insulina. Non si tratta più soltanto di ipotesi teoriche: alcune di queste strategie sono già entrate nella sperimentazione clinica sull’uomo, con risultati iniziali incoraggianti, soprattutto per il diabete di tipo 1. Altre potrebbero aprire nuove prospettive anche per il diabete di tipo 2.

Medicina rigenerativa: due strade per ripristinare la funzione pancreatica

Le nuove prospettive della ricerca sono state al centro di uno degli approfondimenti del 31° Congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia (SID), che si è svolto come di consueto al Palacongressi di Rimini, dal 28 al 31 ottobre 2026.
A spiegare gli sviluppi di questo settore è il professor Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute (DRI) e responsabile dell’Unità di Medicina Rigenerativa e dei Trapianti dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

La medicina rigenerativa, spiega Piemonti, segue essenzialmente due direzioni:

  • sostituire le cellule che l’organismo ha perso;
  • stimolare quelle ancora presenti affinché si rigenerino e recuperino la propria funzione.

Due approcci differenti, ma potenzialmente complementari.

Nel diabete di tipo 1, il sistema immunitario attacca e distrugge le cellule beta del pancreas, quelle responsabili della produzione di insulina. L’obiettivo della terapia cellulare è quindi sostituire queste cellule con altre nuove, prodotte in laboratorio, cercando di ripristinare la produzione endogena di insulina, cioè quella realizzata direttamente dall’organismo.

Nel diabete di tipo 2, invece, accanto all’insulino-resistenza (la difficoltà delle cellule a rispondere all’insulina), assume un ruolo importante anche il progressivo deterioramento della funzione delle cellule beta. Stimolarne la rigenerazione potrebbe quindi rappresentare una nuova possibilità terapeutica.

Cellule staminali: la sostituzione delle cellule beta è già sperimentata nell’uomo

Una delle novità più importanti è la possibilità di ottenere cellule produttrici di insulina a partire dalle cellule staminali pluripotenti.
Si tratta di cellule particolarmente interessanti perché hanno la capacità di differenziarsi, cioè trasformarsi, in diversi tipi cellulari dell’organismo. Attraverso specifici processi di laboratorio è possibile indirizzarle verso lo sviluppo di cellule simili a quelle beta pancreatiche, capaci di produrre insulina.

Questo approccio potrebbe superare uno dei principali limiti dei trapianti tradizionali di isole pancreatiche: la disponibilità limitata di cellule provenienti da donatori.

Le esperienze cliniche più avanzate utilizzano cellule derivate da linee staminali pluripotenti, successivamente impiantate con procedure ispirate a quelle già impiegate per il trapianto di isole pancreatiche.
I primi risultati pubblicati su riviste internazionali mostrano che queste cellule possono attecchire nell’organismo, diventare funzionali e ripristinare una produzione di insulina endogena. In molti casi, questa produzione è risultata sufficiente a consentire la sospensione delle iniezioni di insulina.

Un risultato importante, ma con un limite ancora significativo: per evitare il rigetto delle cellule impiantate è necessario ricorrere a una terapia immunosoppressiva continuativa, cioè a farmaci che riducono l’attività del sistema immunitario.

Anche l’Ospedale San Raffaele di Milano partecipa a questa sperimentazione clinica. I primi dati pubblicati mostrano evidenza di funzione delle cellule impiantate. Si tratta di un segnale incoraggiante, ma occorrono ulteriori pazienti e un periodo di osservazione più lungo per valutarne efficacia e sicurezza.

È importante sottolineare che questo approccio non rappresenta al momento una cura disponibile nella pratica clinica: è riservato agli studi sperimentali.

Cellule staminali del paziente: si potrà ridurre il rischio di rigetto?

La ricerca sta esplorando anche un’altra possibilità: utilizzare cellule staminali pluripotenti indotte, ottenute riprogrammando cellule adulte.
In questo caso si parla di cellule autologhe, perché derivano dallo stesso paziente che dovrebbe ricevere il trattamento.
L’idea è interessante: utilizzare cellule del paziente potrebbe migliorare la compatibilità immunologica e ridurre alcuni problemi legati al rigetto, alleggerendo o potenzialmente evitando il ricorso ai farmaci immunosoppressori.
Ma c’è una difficoltà ulteriore, particolarmente importante nel diabete di tipo 1.
La malattia è infatti caratterizzata da un processo autoimmune: il sistema immunitario riconosce erroneamente le cellule beta come un bersaglio da distruggere. Di conseguenza, anche cellule nuove, seppure ottenute dallo stesso paziente, potrebbero essere nuovamente attaccate.

Il prossimo passo: cellule beta ‘invisibili’ al sistema immunitario

Come proteggere le cellule appena impiantate dall’attacco del sistema immunitario?
È una delle questioni più delicate per rendere la terapia cellulare realmente praticabile. Non basta infatti riuscire a produrre nuove cellule capaci di secernere insulina: bisogna anche fare in modo che sopravvivano e continuino a funzionare nel tempo.

Una delle strategie più innovative punta a modificare geneticamente le cellule impiantate, rendendole meno riconoscibili dal sistema immunitario.

In altre parole, si cerca di costruire una sorta di ‘mantello dell’invisibilità’ biologico, che permetta alle nuove cellule di sfuggire all’attacco immunitario senza dover ricorrere necessariamente a una terapia immunosoppressiva permanente.
I primi risultati nell’uomo di alcune di queste tecnologie rappresentano una prova di principio, ma non ancora una soluzione consolidata.
Restano infatti da chiarire diversi aspetti: quanto a lungo durerà questa protezione? Le cellule manterranno una produzione efficace di insulina? E soprattutto, quali saranno le conseguenze delle modifiche genetiche sulla loro sicurezza nel lungo periodo?
La sfida è duplice: evitare che il sistema immunitario distrugga le nuove cellule, ma anche garantire che queste rimangano sicure e controllabili.

Rigenerare le cellule beta con nuovi farmaci: una prospettiva per il diabete di tipo 2

Non tutta la ricerca punta a introdurre nuove cellule nell’organismo. Un’altra direzione, particolarmente interessante per il diabete di tipo 2, cerca di stimolare la proliferazione delle cellule beta ancora presenti nel pancreas.

L’obiettivo è aumentare la massa di cellule capaci di produrre insulina, recuperando almeno in parte una funzione che si è progressivamente deteriorata (insulino-resistenza).

Tra i bersagli biologici studiati ci sono due proteine: la menina e la DYRK1A (Dual Specificity Tyrosine-Phosphorylation-Regulated Kinase 1A).
Entrambe sono coinvolte nei meccanismi che regolano la proliferazione delle cellule beta. Intervenire sulla loro attività potrebbe favorire la capacità di queste cellule di moltiplicarsi.
In particolare, la ricerca sta studiando farmaci che inibiscono, cioè bloccano, l’azione di queste proteine.
Tra le molecole più avanzate c’è icovamenib, un inibitore della menina attualmente in sperimentazione clinica di fase 2 [secondo stadio della ricerca clinica sull’uomo, durante il quale un nuovo farmaco o trattamento viene testato per la prima volta su un gruppo più ampio di pazienti (generalmente tra i 100 e i 300) che soffrono della specifica malattia o condizione da trattare].
Altre molecole, come KO-7246, e gli inibitori di DYRK1A sono invece ancora in fase preclinica o nelle prime fasi di sperimentazione sull’uomo.

I dati di fase 2 disponibili per icovamenib sono interessanti: dopo un ciclo di trattamento di 12 settimane, la riduzione dell’emoglobina glicata si è mantenuta per diversi mesi, soprattutto nei pazienti con una marcata carenza di insulina.
L’emoglobina glicata (HbA1c) è un parametro utilizzato per valutare l’andamento medio della glicemia nei precedenti due-tre mesi e rappresenta uno degli indicatori fondamentali per monitorare il controllo del diabete.

L’ipotesi di un ‘effetto cocktail’ con i farmaci GLP-1

Un altro aspetto interessante riguarda la possibilità di associare questi nuovi farmaci agli agonisti del recettore del GLP-1, una classe di medicinali già utilizzata nel trattamento del diabete di tipo 2.
Dati preclinici e prime evidenze cliniche suggeriscono che la combinazione potrebbe potenziare gli effetti delle strategie rigenerative: una sorta di ‘effetto cocktail’, con farmaci che agiscono su meccanismi differenti ma complementari.
La prospettiva è aumentare in modo stabile la capacità del pancreas di produrre insulina, senza dover introdurre nuove cellule dall’esterno.
Naturalmente, siamo ancora in una fase iniziale di ricerca. Stimolare la proliferazione cellulare richiede particolare attenzione: un’attività eccessiva o non adeguatamente controllata potrebbe comportare rischi importanti.

Terapia genica: trasformare il muscolo in una ‘fabbrica’ di insulina

Un’altra frontiera della ricerca guarda oltre il pancreas e prova a coinvolgere altri tessuti dell’organismo, in particolare il muscolo.
Come? Attraverso la terapia genica, una strategia che consiste nell’introdurre nelle cellule specifiche informazioni genetiche per modificarne o potenziarne una determinata funzione.
Tra i progetti più innovativi in questo ambito c’è KRIYA-839, sviluppato per il diabete di tipo 1.

L’approccio prevede di introdurre direttamente nel muscolo i geni dell’insulina e della glucochinasi, un enzima che svolge un ruolo importante nel metabolismo del glucosio.

L’idea è trasformare il muscolo in un sistema capace di riconoscere quando la glicemia aumenta (grazie alla glucochinasi) e di produrre insulina a livello locale in risposta a questa variazione.

Il meccanismo si basa proprio sulla collaborazione tra i due elementi:

  • La glucochinasi permette di rilevare e utilizzare il glucosio, agendo come una sorta di sensore metabolico.
  • L’insulina viene prodotta e secreta localmente, contribuendo a favorire l’utilizzo del glucosio da parte del muscolo.

In questo modo, il muscolo potrebbe diventare un tessuto alternativo in grado di contribuire al controllo della glicemia, senza dipendere esclusivamente dalle cellule beta pancreatiche.
Per il momento, anche questa strategia è ancora sperimentale. I dati disponibili provengono da modelli animali e il primo studio nell’uomo è stato annunciato soltanto di recente. Sarà quindi necessario verificare attentamente efficacia e sicurezza.

Glucochinasi, una nuova frontiera anche in pillola: il caso del dorzagliatin in Cina

La glucochinasi è al centro anche di un’altra strategia, questa volta farmacologica.
Si tratta di un enzima coinvolto nel metabolismo degli zuccheri in diversi organi, tra cui fegato, pancreas e muscolo. La sua attivazione può contribuire a migliorare la gestione del glucosio da parte dell’organismo.
Un esempio è il dorzagliatin, un farmaco antidiabetico orale di nuova generazione, capostipite di una nuova classe di medicinali chiamati attivatori della glucochinasi (GKA, Glucokinase Activators).

Il dorzagliatin è già stato approvato in Cina nel 2022 per il trattamento del diabete di tipo 2 e, nel 2026, anche a Macao e Hong Kong. Non è al momento disponibile in Europa.

Il farmaco agisce su due organi fondamentali:

  • Nel fegato, dove favorisce l’immagazzinamento del glucosio sotto forma di glicogeno (la forma di riserva degli zuccheri) e riduce la produzione incontrollata di glucosio durante il digiuno.
  • Nel pancreas, stimola la produzione di insulina in modo dipendente dai livelli di glicemia, con un basso rischio di ipoglicemia, cioè di un abbassamento eccessivo della glicemia.

Gli studi clinici SEED e DAWN (studi di fase 3), hanno dimostrato una riduzione significativa e duratura dell’emoglobina glicata.
Il professor Piemonti sottolinea il legame tra questo approccio farmacologico e la terapia genica: il dorzagliatin rappresenta infatti la versione ‘in pillola’ dello stesso concetto biologico alla base della strategia genica.
La differenza è nel meccanismo: il farmaco stimola l’enzima già presente nell’organismo, mentre la terapia genica punta a introdurre nuove copie o versioni potenziate del gene della glucochinasi.

Verso una medicina sempre più personalizzata

Cellule staminali, cellule geneticamente modificate, farmaci rigenerativi e terapia genica: la ricerca sta esplorando strade molto diverse, ma accomunate da un obiettivo ambizioso, quello di intervenire più a monte sui meccanismi della malattia.
Non significa che nel prossimo futuro insulina e farmaci tradizionali verranno sostituiti. Significa piuttosto che potrebbero aggiungersi nuove possibilità, da valutare in base alle caratteristiche del singolo paziente e, in prospettiva, anche attraverso combinazioni di trattamenti differenti.

«Non siamo più di fronte a un’unica piattaforma, ma a un insieme di possibilità che si stanno ampliando», osserva il professor Piemonti. La sfida sarà capire quale strategia potrà essere più adatta per ciascun paziente, se utilizzarla da sola o in associazione con altre terapie.

Il cambiamento di prospettiva è significativo: non limitarsi a compensare una funzione che l’organismo ha perso, ma provare a ricostruirla.

A sottolineare la portata di questa evoluzione è anche la professoressa Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID).
«Stiamo assistendo a un potenziale cambiamento di paradigma nella terapia del diabete: dalla semplice sostituzione di una funzione perduta alla possibilità di ripristinarla, intervenendo sui meccanismi alla base della malattia», commenta.
I progressi della terapia cellulare, della medicina rigenerativa e della terapia genica stanno aprendo prospettive di grande rilevanza sia per il diabete di tipo 1 sia, in prospettiva, per quello di tipo 2.
Restano sfide importanti, soprattutto per quanto riguarda la risposta immunitaria, la sicurezza e la durata dell’efficacia nel tempo. Ma i risultati raggiunti testimoniano quanto rapidamente stiano evolvendo le possibilità di intervento.
La SID sostiene con convinzione questa direzione della ricerca, che potrebbe cambiare profondamente il futuro della cura del diabete.

Domande frequenti

Che cosa si intende per medicina rigenerativa nel diabete?

È un insieme di strategie che punta a recuperare la capacità dell'organismo di produrre insulina. Comprende sia la sostituzione delle cellule beta pancreatiche danneggiate con nuove cellule ottenute in laboratorio, sia la stimolazione della rigenerazione di quelle ancora presenti.

Le cellule staminali possono già curare il diabete di tipo 1?

Le cellule produttrici di insulina ottenute da cellule staminali sono già oggetto di sperimentazione clinica nell'uomo. I primi risultati mostrano che possono attecchire e funzionare, ripristinando una produzione di insulina endogena. In alcuni casi questa produzione è stata sufficiente a sospendere le iniezioni. Tuttavia, questi trattamenti richiedono ancora una terapia immunosoppressiva continuativa e non sono disponibili al di fuori degli studi clinici.

Che cosa sono le cellule beta 'invisibili' al sistema immunitario?

Sono cellule geneticamente modificate per essere meno riconoscibili dalle difese immunitarie dell'organismo. L'obiettivo è proteggerle dall'attacco del sistema immunitario e, in futuro, evitare la necessità di assumere farmaci immunosoppressori. Le prime sperimentazioni nell'uomo rappresentano una prova di principio, ma restano da verificare la durata della protezione e la sicurezza nel lungo periodo.

È possibile rigenerare le cellule beta con un farmaco?

È una delle strade di ricerca più interessanti, soprattutto per il diabete di tipo 2. Alcuni farmaci sperimentali agiscono sulla menina e sulla proteina DYRK1A, coinvolte nella regolazione della proliferazione delle cellule beta. Tra le molecole più avanzate c'è icovamenib, in sperimentazione clinica di fase 2. I primi risultati mostrano una riduzione dell'emoglobina glicata che si mantiene per mesi dopo un ciclo di trattamento di 12 settimane.

Che cos'è la terapia genica con glucochinasi e il farmaco dorzagliatin?

La terapia genica KRIYA-839 punta a introdurre nel muscolo i geni dell'insulina e della glucochinasi, per renderlo capace di contribuire al controllo della glicemia. È ancora una strategia sperimentale. Il dorzagliatin, invece, è un farmaco orale che attiva la glucochinasi già presente nell'organismo: è approvato in Cina per il diabete di tipo 2, ma non è disponibile in Europa.

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Diabete, il futuro della cura passa dalla medicina rigenerativa: cellule staminali, nuove cellule beta e terapia genica

Redazione Diabete.com — Redazione medico-scientifica di Diabete.com · pubblicato 1 Nov 2026
Contenuto divulgativo non sottoposto a revisione scientifica formale.

Punti chiave

  • Terapia cellulare: cellule produttrici di insulina ottenute da cellule staminali vengono già sperimentate nell'uomo per sostituire le cellule beta pancreatiche danneggiate.
  • San Raffaele di Milano: partecipa alla sperimentazione clinica con cellule derivate da staminali. I primi dati pubblicati mostrano evidenza di funzione delle cellule impiantate.
  • Cellule invisibili al sistema immunitario: si studiano modifiche genetiche per proteggere le nuove cellule dall'attacco immunitario ed evitare, in prospettiva, l'impiego continuativo di farmaci immunosoppressori.
  • Medicina rigenerativa: nuovi farmaci cercano di stimolare la proliferazione delle cellule beta ancora presenti nel pancreas, un approccio particolarmente interessante per il diabete di tipo 2.
  • Terapia genica: una strategia sperimentale punta a introdurre nel muscolo i geni dell'insulina e della glucochinasi, trasformandolo in un sistema capace di contribuire al controllo della glicemia.
  • La strada della glucochinasi: il dorzagliatin, farmaco orale che attiva questo enzima, è già approvato in Cina per il diabete di tipo 2, ma non è ancora disponibile in Europa.

Termini trattati

Emoglobina glicata (HbA1c) · Glicemia · Insulina · Insulino-resistenza · Ipoglicemia

https://www.diabete.com/diabete-medicina-rigenerativa-cellule-staminali/ · Generato il 2 Nov 2026