
La d.ssa Ilaria Raineri al 5° Forum Associazioni Giovani con Diabete Tipo 1: “Io, te e l’altro – Giovani, salute mentale e DT1”, Bologna, 27 settembre 2025, organizzato da AGD Bologna.
Il burnout da diabete spiegato dalla psicoterapeuta Ilaria Raineri
“Il diabete di tipo 1 non è solo una condizione metabolica, ma un’esperienza psicologica continua.”
– Dott.ssa Ilaria Raineri, psicoterapeuta e psicologa giuridica, Bologna
Vivere con il diabete di tipo 1 significa convivere con un ospite che non se ne va mai. Misurazioni, conteggi, iniezioni, controlli, decisioni continue: un impegno quotidiano che non conosce pause né giorni di ferie. Nel tempo, questo carico costante può logorare non solo il corpo, ma anche la mente.
Quando la stanchezza emotiva supera una certa soglia e si trasforma in senso di inefficacia, distacco e frustrazione, può comparire quello che in ambito clinico viene definito burnout da diabete.
Ne parliamo con la Dott.ssa Ilaria Raineri, che al recente 5° Forum delle Associazioni a Bologna ha approfondito i meccanismi psicologici di questa condizione, spiegando a una numerosa platea di giovani partecipanti come riconoscerla e come prevenirla.
Dott.ssa Raineri, cosa significa vivere il diabete come un’esperienza psicologica?
Significa riconoscere che il diabete di tipo 1 non riguarda solo il funzionamento del pancreas, ma richiede un’attenzione mentale continua. Ogni giorno la persona è chiamata a monitorare la glicemia, fare iniezioni, contare i carboidrati, adattare l’attività fisica e gestire lo stress emotivo.
A differenza di molte altre responsabilità della vita, dal diabete non ci si può prendere una pausa, non ci sono vacanze. Non è possibile dire “oggi non ci penso”. Questo rende il diabete tipo 1 un’esperienza psicologica permanente, perché costringe a rimanere costantemente vigili, presenti e responsabili. Nel tempo, questo carico decisionale può diventare fonte di stress cronico, soprattutto se non viene condiviso o riconosciuto.
Cos’è, esattamente, il burnout da diabete?
Il burnout è l’esito di una esposizione prolungata a uno stress elevato, legato alla gestione quotidiana della malattia. Si crea un circolo vizioso: lo stress accumulato riduce l’aderenza terapeutica, la persona diventa meno precisa nei controlli e nelle decisioni, le glicemie peggiorano e questo alimenta ulteriore stress.
Con il tempo emerge un senso profondo di inefficacia: “non sono più capace di gestirmi come prima”. Il burnout è quindi uno stato di esaurimento emotivo, mentale e fisico, simile a quello che osserviamo nei contesti lavorativi ad alta responsabilità, ma con una differenza fondamentale: qui la “mansione” non finisce mai.
Come si manifesta il burnout?
I segnali si distribuiscono su più livelli.
Sul piano cognitivo ed emotivo compaiono stanchezza costante, rallentamento dei pensieri, difficoltà di concentrazione, dimenticanze, annebbiamento mentale. Cala l’autostima, si riduce la motivazione e diventa più difficile mantenere empatia verso sé stessi e verso gli altri.
Sul piano comportamentale emergono procrastinazione ed evitamento: si rimandano i controlli, si salta una visita, si evita la terapia o la si vive con rabbia. La tolleranza alla frustrazione diminuisce drasticamente: una glicemia fuori range può scatenare scatti d’ira o senso di resa.
Spesso compaiono anche sintomi fisici: insonnia, cefalee, disturbi gastrointestinali, aumento della pressione. Tutti segnali di un organismo che comunica di essere in sovraccarico.
Cosa aiuta a prevenire il burnout?
Prevenire il burnout non significa essere perfetti o controllare tutto, ma costruire una gestione sostenibile. Tre sono i pilastri fondamentali: supporto, flessibilità e cura di sé.
Il supporto è essenziale per non sentirsi soli. Confrontarsi con altre persone che vivono il diabete aiuta a normalizzare l’esperienza. Chiedere aiuto ai professionisti e coinvolgere familiari o amici nella gestione pratica ed emotiva riduce il peso mentale.
La flessibilità permette di accettare che non esistono solo giornate perfette. Le fluttuazioni glicemiche fanno parte della realtà e non sono fallimenti personali. Avere una routine funzionale ma aperta agli imprevisti protegge l’equilibrio psicologico.
La cura di sé significa non ridurre la propria identità alla malattia: “Tu non sei il tuo diabete”. Coltivare attività piacevoli, concedersi pause mentali e momenti di leggerezza è parte integrante della gestione del diabete, non un lusso.
E quando il burnout è già arrivato?
Quando il burnout è già insorto, la persona si accorge di non riuscire più a gestire la malattia come prima. Anche decisioni terapeutiche semplici richiedono uno sforzo enorme, come se si fosse “senza benzina”.
Il primo passo è riconoscere il burnout. I segnali includono irritabilità verso sé stessi e verso gli altri, scarsa tolleranza alla gestione della malattia, rabbia, cinismo (“tanto non serve a niente”), perdita di interesse per attività prima piacevoli, desiderio di isolamento e deterioramento delle relazioni sociali.
Una volta riconosciuto, è importante ridefinire gli obiettivi. Le strategie adottate fino a quel momento si sono dimostrate inefficaci: forse troppo rigide, forse troppo evitanti. In entrambi i casi è necessario sperimentare nuove modalità, attraverso piccoli aggiustamenti realistici, da soli o con il supporto di un professionista.
Un aspetto fondamentale è smettere di guardare solo “la cima della montagna”. Il recupero passa attraverso piccoli traguardi, concreti e raggiungibili. È l’unico modo per non aggiungere ulteriore stress.
È altrettanto importante focalizzarsi sul qui e ora: non sull’idea di convivere con il diabete “per sempre”, ma sulla giornata presente. Inoltre, l’équipe medica va vista come un’alleata, non come un giudice. I professionisti ci sono per aiutare, consapevoli della difficoltà del percorso. Quando necessario, il supporto psicologico diventa uno strumento fondamentale.
Un messaggio per chi vive ogni giorno con il diabete tipo 1?
Tenere sotto controllo il diabete tipo 1 non è un lavoro a tempo pieno, ma una forma di cura e rispetto verso sé stessi. Serve flessibilità, resilienza e gentilezza. Le giornate storte non sono fallimenti personali, ma parte del processo.
Prendersi cura del diabete significa prendersi cura dell’intera persona, con i suoi sogni, i suoi bisogni e anche le sue fragilità.
Come amo ricordare: “Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare le vele.”
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