Diabete tipo 2: intervenire prima per cambiare il futuro

Diabete tipo 2: intervenire prima per cambiare il futuro

A cura di Maria Rita Montebelli* e Andrea Sermonti**

Rivedere il modo in cui la diabetologia classifica le fasi iniziali del diabete tipo 2 potrebbe rappresentare una svolta decisiva nella medicina preventiva. È questo il cuore del dibattito internazionale rilanciato anche da The Lancet Diabetes & Endocrinology, che propone di superare il termine “pre-diabete” per adottare una classificazione per stadi evolutivi del diabete tipo 2.

La Società Italiana Diabetologia (SID) segue con grande attenzione questa evoluzione scientifica, che potrebbe modificare profondamente prevenzione, diagnosi e trattamento della malattia, con un impatto rilevante sulla salute pubblica.

In parallelo, emerge anche un tema regolatorio importante: oggi non esistono indicazioni chiare da parte della Food and Drug Administration (FDA) e dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA, European Medicines Agency) sull’approvazione di farmaci specificamente destinati al cosiddetto “pre-diabete”, evidenziando un vuoto normativo significativo.

Dal “pre-diabete” al diabete tipo 2: perché cambiare prospettiva

Il termine “pre-diabete” è stato introdotto nel 2011 dall’American Diabetes Association (ADA) per identificare una condizione intermedia – una sorta di “limbo” –  tra normalità glicemica (“normoglicemia”) e diabete conclamato (“iperglicemia”), con l’obiettivo principale di favorire interventi correttivi sullo stile di vita.
Tuttavia, le evidenze scientifiche più recenti mostrano una realtà più complessa. La condizione di “pre-diabete”, infatti, risulta già associata a un aumento significativo del rischio di:

  • malattie cardiovascolari
  • insufficienza renale cronica
  • demenza precoce
  • alcuni tumori (in particolare colon-retto, mammella e pancreas).

Definire questa fase come “pre-diabete” rischia quindi di sottovalutarne la gravità e di ritardare interventi fondamentali, sia sullo stile di vita sia farmacologici, utili a ridurre il rischio di progressione.

Esperienze analoghe in altri ambiti clinici, come l’ipertensione arteriosa, hanno dimostrato che l’abbandono di definizioni “intermedie” poco chiare può migliorare la percezione del rischio e l’efficacia delle cure, riducendo l’inerzia clinica.

Il diabete tipo 2 è un processo continuo: la nuova classificazione a stadi

Secondo la proposta avanzata dagli esperti internazionali della diabetologia, il diabete tipo 2 va considerato non come una soglia netta, ma come un continuum biologico, caratterizzato da:

  • progressivo declino della funzione delle cellule beta pancreatiche (produttrici di insulina)
  • aumento della resistenza insulinica

In questo modello vengono identificati tre stadi principali.

  • STADIO 1: rischio aumentato ma glicemia ancora normale
  • STADIO 2: alterazioni glicemiche (ex “pre-diabete”)
  • STADIO 3: diabete conclamato

Vediamoli uno per uno.

  • STADIO 1: rischio aumentato ma glicemia ancora normale

Include soggetti con rischio aumentato di sviluppare disglicemia sulla base di score di rischio specifici per ciascun Paese.
In questa fase, la glicemia è ancora nei limiti della norma, ma si osservano già segni iniziali di un lieve declino della funzione beta-cellulare e, di conseguenza, un lento ma progressivo aumento dei valori glicemici.

Parametri descrittivi

  • glicemia a digiuno: < 101 mg/dl
  • glicemia alla 1ª ora (curva da carico glucidico): < 155 mg/dl
  • glicemia alla 2ª ora: 140 mg/dl
  • emoglobina glicata (HbA1c): < 5,7%
  • TITR (Time in Tight Range): > 90–95%
  • STADIO 2: alterazioni glicemiche (ex “pre-diabete”)

Include soggetti con alterazioni della glicemia oggi definite disglicemia o, con termine obsoleto pre-diabete.
Anche in questo caso è prevista una sotto-stadiazione:

  • stadio 2a: progressione lenta
  • stadio 2b: progressione rapida

Parametri descrittivi

  • glicemia a digiuno: 101–124 mg/dl
  • glicemia 1 ora dopo carico: ≥ 155 mg/dl
  • glicemia 2 ore dopo carico: 140–198 mg/dl
  • emoglobina glicata (HbA1c): 5,7–6,4%
  • TITR: > 80–90%
  • STADIO 3: diabete conclamato

In questa fase la malattia è clinicamente evidente.

Parametri descrittivi

  • glicemia a digiuno: ≥ 126 mg/dl
  • glicemia alla 1ª ora (curva da carico): 208,8 mg/dl
  • glicemia alla 2ª ora: > 200 mg/dl
  • emoglobina glicata (HbA1c): ≥ 6,5%
  • TITR: < 80%

Progressione rapida o lenta: una svolta nella personalizzazione della cura

Un elemento innovativo centrale della nuova proposta è la distinzione tra:

  • soggetti a progressione rapida, più giovani, con obesità, marcata insulino-resistenza o specifici marker metabolici;
  • soggetti a progressione lenta, più spesso anziani.

Questa distinzione permette di calibrare meglio gli interventi clinici, evitando:

  • sovratrattamento, in particolare negli anziani
  • sottotrattamento nei soggetti più giovani

“Il rischio di sviluppare diabete tipo 2 non sia un interruttore acceso/spento, ma un processo continuo e graduale. Per questo, diventa essenziale utilizzare strumenti diagnostici più avanzati e strategie terapeutiche personalizzate” sottolinea la prof.ssa Buzzetti, presidente SID.

Trattare prima significa prevenire complicanze future

Intervenire nelle fasi iniziali significa agire quando la malattia è ancora modificabile.
Secondo la prof.ssa Buzzetti, gli interventi devono partire innanzitutto dallo stile di vita:

  • aumento dell’attività fisica
  • alimentazione sana ed equilibrata

Ad oggi non esistono indicazioni regolatorie specifiche per terapie farmacologiche nel “pre-diabete”, ma diversi farmaci hanno mostrato benefici nel rallentare la progressione verso il diabete tipo 2 e nel ridurre il rischio cardiovascolare, tra cui:

  • metformina
  • pioglitazone
  • agonisti del recettore GLP-1.

I benefici attesi del nuovo modello a tre stadi

L’adozione della nuova classificazione per il diabete tipo 2 potrebbe portare a:

  • diagnosi più precoci e mirate
  • interventi personalizzati in base al rischio reale
  • maggiore accesso alle terapie nelle fasi iniziali
  • riduzione delle complicanze cardiovascolari e renali più gravi (infarto, ictus, insufficienza renale)
  • maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari, grazie alla prevenzione.

Cambiare narrazione – da “pre-diabete” a “stadi del diabete tipo 2” – può aumentare la consapevolezza del rischio, ma richiede strumenti educativi adeguati.
Diventa indispensabile un forte investimento in comunicazione sanitaria per evitare confusione tra cittadini e operatori.

Un cambiamento culturale prima ancora che clinico

Secondo la prof.ssa Buzzetti, superare il termine “pre-diabete” significa anticipare la diagnosi e riconoscere che il diabete tipo 2 inizia molto prima della sua manifestazione clinica tradizionale.

Un documento di consenso internazionale sulla nuova classificazione è atteso nei prossimi mesi. “La Società Italiana di Diabetologia contribuirà attivamente al dibattito per valutarne l’applicabilità nel contesto italiano e il possibile impatto sulla popolazione.
Non si tratta solo di cambiare nome, ma di cambiare prospettiva: passare dal trattamento della malattia conclamata alla sua prevenzione.
Intervenire prima significa preservare salute, qualità di vita e sostenibilità del sistema sanitario. E oggi, più che mai, è una possibilità concreta” conclude la prof.ssa Buzzetti.

References

Viral N Shah, Tadej Battelino, Richard M Bergenstal, Moshe Phillip –
Staging prediabetes and type 2 diabetes: the time to start is now.
Lancet Diabetes Endocrinol 2026 Jan;14(1):8-10

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