Il diabete può provocare disfunzioni cardiache

Nel corso dell’ultimo congresso dell’Anmco (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) è stato presentato lo studio Dyda (Left ventricular DYsfunction in DiAbetes) che dimostra che il 90% dei pazienti con la glicemia troppo alta ha danni al cuore anche se ancora non ne ha la percezione.
Lo studio ha coinvolto circa mille persone con diabete di tipo 2, in cura presso 37 centri diabetologici italiani: per la maggior parte erano ultrasessantenni, sovrappeso, sedentari e con la glicemia alta.
Sono stati sottoposti a ecocardiografia per due volte a distanza di due anni e, come spiega Marco Comaschi, direttore del Dipartimento Emergenza dell’Ospedale San Martino di Genova e coordinatore dello studio: «Nel 48% dei casi abbiamo trovato lievi segni di affaticamento cardiaco: il muscolo sotto contrazione risultava un po’ accorciato e questo è un primo, precoce segno di alterazione della funzionalità del cuore. A due anni di distanza la percentuale dei pazienti che, pur non avendo avuto alcun sintomo, aveva piccole alterazioni cardiache è salita all’88%. Chi aveva questi primi segni di cuore ‘stanco’ nell’arco di due anni è andato più spesso incontro a ricovero o decesso, spesso anche per cause non cardiovascolari. Abbiamo analizzato i dati a nostra disposizione e abbiamo creato una specie di ‘test’ predittivo per indicare chi, nell’arco di due anni, sia più a rischio di sviluppare piccole alterazioni della funzionalità cardiaca: ha una maggiore probabilità di ritrovarsi con il cuore stanco che è più anziano, ha una frequenza cardiaca elevata e un valore di emoglobina glicata alto, indicativo di un peggior controllo della glicemia nell’arco degli ultimi due-tre mesi. Anche una circonferenza della vita che superi i 108 centimetri è molto indicativa. Il problema vero è che questi pazienti non hanno il minimo sintomo ed è quindi difficile che pensino alla salute del cuore e verifichino come sta davvero».
Attualmente le linee guida per la gestione del diabete consigliano l’ecocardiografia ogni tre-quattro anni ma senza obblighi, al contrario di quanto auspicano i cardiologi dell’Anmco, come spiega il loro presidente, Marino Scherillo: «Vorremmo proporre una modifica alle linee guida, inserendo l’indicazione di un ecocardiogramma di controllo ogni due anni, soprattutto perché i dati raccolti contengono anche una nota positiva: il 12% dei pazienti che al momento del loro ingresso nello studio avevano un cuore un po’ affaticato, hanno visto migliorare la funzionalità del muscolo cardiaco nei due anni successivi. Ciò suggerisce che in queste fasi iniziali il deficit può regredire, a patto di intervenire sullo stile di vita migliorando la dieta, aumentando l’esercizio fisico, se necessario dimagrendo e tenendo sotto controllo la glicemia. In questo modo è possibile intervenire sui fattori di rischio modificabili e scongiurare danni al cuore».

 

 

 
Fonte 25 giugno 2011, corriere.it

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