Il riconoscimento al professor Vincenzo Cimino accende i riflettori su una delle comunità più vulnerabili rispetto alle complicanze del diabete
Il recente conferimento del Premio Rosa Camuna 2026 al professor Vincenzo Cimino, diabetologo dell‘Ospedale Fatebenefratelli di Milano, rappresenta molto più di un riconoscimento individuale. È l’occasione per portare all’attenzione dell’opinione pubblica una realtà spesso poco conosciuta: la particolare vulnerabilità della comunità srilankese nei confronti del diabete e delle sue complicanze.
Dopo l’Ambrogino d’Oro, ricevuto nel dicembre 2025, il nuovo, prestigioso riconoscimento attribuito da Regione Lombardia premia infatti un percorso professionale caratterizzato non solo dall’eccellenza clinica, ma anche da un forte impegno verso le fasce più fragili della popolazione, tra cui la numerosa comunità dello Sri Lanka, residente a Milano.
La comunità srilankese: una presenza importante nel tessuto sociale milanese
La comunità dello Sri Lanka rappresenta una delle più numerose e radicate realtà migratorie presenti nell’area metropolitana di Milano. Negli anni ha costruito una forte rete sociale e culturale, contribuendo in modo significativo alla vita economica e civile della città.
Proprio attraverso il contatto diretto con questa comunità, il professor Cimino ha potuto osservare un fenomeno clinico che merita attenzione: molti pazienti di origine srilankese sviluppano precocemente complicanze legate al diabete, in particolare a livello renale e cardiovascolare.
Durante la cerimonia dell’Ambrogino d’Oro, il diabetologo ha spiegato:
“Grazie ai miei pazienti della comunità dello Sri Lanka, persone oggi da considerare tra le più fragili e vulnerabili nel panorama dei pazienti affetti da diabete tipo 2. Purtroppo manifestano prima di altri un declino della funzionalità renale, che rappresenta spesso l’inizio delle complicanze cardio-metaboliche della malattia”.
Perché alcune popolazioni asiatiche sono più esposte
Numerosi studi internazionali hanno evidenziato come le popolazioni dell’Asia meridionale – tra cui quelle provenienti da Sri Lanka, India, Pakistan e Bangladesh – presentino una maggiore predisposizione a sviluppare diabete di tipo 2 e complicanze metaboliche anche in presenza di un indice di massa corporea inferiore rispetto alle popolazioni europee.
Le ragioni sono molteplici e comprendono fattori genetici, metabolici, ambientali e socioeconomici.
Tra le caratteristiche più frequentemente osservate vi sono:
- maggiore accumulo di grasso viscerale;
- maggiore insulino-resistenza;
- comparsa del diabete in età più giovane;
- maggiore rischio cardiovascolare;
- sviluppo precoce della malattia renale diabetica.
Per questo motivo gli esperti sottolineano l’importanza di programmi di prevenzione e screening che tengano conto delle specificità etniche e culturali delle diverse popolazioni.
Dopo il Covid, la scoperta di un bisogno sanitario nascosto
È stato soprattutto nel periodo successivo alla pandemia che è emersa con forza la necessità di costruire percorsi assistenziali dedicati.
“È stato grazie alla comunità dello Sri Lanka, subito dopo il Covid, che ho potuto toccare con mano la necessità di curare questi pazienti e di sviluppare cure su misura per loro”, ha raccontato Cimino.
Un’esperienza che ha permesso di evidenziare come le barriere linguistiche, culturali e sociali possano influenzare l’accesso alle cure e l’aderenza terapeutica, soprattutto nelle malattie croniche come il diabete tipo 2.
Quando il paziente non comprende pienamente il significato della terapia o incontra difficoltà nel dialogo con il sistema sanitario, il rischio è quello di arrivare tardi alla diagnosi o di sviluppare complicanze evitabili.
La medicina di prossimità che va incontro ai pazienti
Durante gli anni della pandemia, il professor Cimino è diventato noto come il “diabetologo delle case popolari” per aver continuato a seguire a domicilio molti pazienti fragili impossibilitati a raggiungere gli ambulatori.
Un modello di assistenza che ha trovato particolare applicazione proprio nelle comunità più vulnerabili e che oggi viene considerato un esempio concreto di medicina di prossimità.
L’obiettivo non era soltanto prescrivere una terapia, ma costruire un rapporto di fiducia, comprendere il contesto familiare e sociale del paziente e intercettare precocemente i segnali di peggioramento della malattia.
Una strategia che assume un valore ancora maggiore quando si opera all’interno di comunità migranti, dove il medico può diventare un punto di riferimento non solo sanitario ma anche umano.
“Vieni e non vai”: un messaggio per tutti i pazienti con diabete
Nel suo intervento pubblico, Cimino ha voluto lanciare un messaggio che sintetizza la filosofia del suo lavoro: “Vieni e non vai”.
Una frase semplice che richiama un concetto fondamentale nella gestione del diabete: la continuità della cura.
Il diabete è una patologia cronica che richiede monitoraggio costante, controlli periodici, educazione terapeutica e un rapporto stabile con il team sanitario. Interrompere il percorso assistenziale significa spesso aumentare il rischio di complicanze.
Per questo il messaggio rivolto ai pazienti è chiaro: affidarsi alle cure, mantenere il contatto con i professionisti sanitari e non affrontare la malattia in solitudine.
Inclusione e salute: una sfida per il futuro
La storia della comunità srilankese di Milano e del lavoro svolto negli ultimi anni dimostra che la salute non può essere separata dall’inclusione sociale.
Garantire cure efficaci significa anche comprendere le differenze culturali, superare le barriere linguistiche e sviluppare modelli assistenziali capaci di raggiungere le persone più vulnerabili.
In questo senso, il riconoscimento ricevuto dal professor Vincenzo Cimino assume un significato che va oltre il merito individuale: richiama l’attenzione sulla necessità di una medicina sempre più personalizzata, inclusiva e vicina ai bisogni reali delle comunità. Una medicina che, come suggerisce il suo motto, invita il paziente a entrare in un percorso di cura e a non abbandonarlo.
Perché nel diabete, più che in molte altre malattie croniche, la continuità dell’assistenza può fare la differenza tra una vita segnata dalle complicanze e una vita vissuta in buona salute.
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