Inerzia terapeutica: cos’è e quale impatto clinico ha sulla gestione del diabete tipo 2?

Inerzia terapeutica: cos’è e quale impatto clinico ha sulla gestione del diabete tipo 2?

A cura del dr. Paolo Di Bartolo*, Direttore Rete Clinica di Diabetologia, AUSL Romagna e Presidente AMD**, Associazione Medici Diabetologi

 

In Italia 8 pazienti su 10 hanno uno scarso controllo della glicemia. Uno dei fattori che influisce di più sul mancato raggiungimento di un buon compenso glicemico nelle persone con diabete di tipo 2 è la cosiddetta ‘inerzia terapeutica’: cos’è e quale impatto clinico ha?

 

Che cos’è l’inerzia terapeutica e quali i fattori che la influenzano?

L’inerzia terapeutica è quel fenomeno per il quale, a fronte del bisogno del paziente di iniziare una cura, di intensificarla o di cambiarla, questo non avviene. Da che cosa dipende l’inerzia terapeutica? L’inerzia ha componenti multiple, è una condizione multifattoriale. In altre parole, non è solo il clinico ad essere responsabile dell’inerzia terapeutica. È fondamentale identificare e, quindi, intervenire anche sugli altri fattori che condizionano e sostengono l’inerzia clinica.

 

I fattori che dipendono dalla persona con diabete tipo 2

L’inerzia terapeutica può essere determinata da fattori che dipendono dal comportamento del paziente, per esempio il timore di iniziare una cura o di intensificarla, passando da una terapia semplice ad una più complessa, come una terapia iniettiva. Quando accade ciò, succede perché la persona con diabete  tipo 2 interpreta questo tipo di passaggio come un momento di fallimento, o come un peggioramento dell’evoluzione della malattia.

Altri pazienti rifiutano di intensificare o cambiare terapia perché hanno paura dei possibili effetti indesiderati: ipoglicemia, aumento di peso, disturbi di tipo gastrointestinale.

 

I fattori critici che dipendono dal sistema assistenziale

L’inerzia terapeutica può essere influenzata in modo negativo anche da fattori esterni, di tipo organizzativo e per così dire “istituzionali”. Alcuni esempi? Il medico che assiste il proprio paziente in un contesto organizzativo caratterizzato da tempi non sufficienti per una visita di qualità: i classici 7-8 minuti, che nell’epoca pre-Covid spesso erano i veri tempi per una visita diabetologica. Questa tempistica non è sufficiente per supportare il paziente in tutti i suoi bisogni, e soprattutto per avviare il paziente a una intensificazione della cura.

Anche la mancanza di risorse infermieristiche adeguate può rappresentare un ulteriore elemento di criticità, perché proprio gli infermieri sono i professionisti che possono accompagnare la persona con diabete  tipo 2 in un percorso di educazione fondamentale per seguire correttamente ogni terapia (autocontrollo della glicemia, terapia orale, terapia iniettiva).

A tutto questo, spesso si aggiungono procedure di natura burocratico-amministrativa che rischiano di limitare le scelte del medico, o di erodere ulteriore tempo durante la visita, che inevitabilmente vanno a sfavore dell’assistenza al paziente con diabete (limitazioni del budget  per la spesa farmaceutica, vincoli piani terapeutici, etc.).

Inoltre, sarebbe importante garantire tempestivamente l’accesso alle cure più innovative su tutto il territorio nazionale. Ricordiamo come le nuove terapie disponibili in diabetologia, ultima arrivata fra queste la terapia con l’agonista del recettore del GLP-1 semaglutide, abbiano dimostrato di poter cambiare la storia naturale del diabete e aiutare nel combattere l’inerzia terapeutica, fornendo non solo un formidabile supporto per il raggiungimento di un buon compenso del diabete, ma anche nel cambiare l’ineluttabile direzione verso lo sviluppo delle complicanze cardio-renali che ha caratterizzato fino ad ora le persone con diabete tipo 2.

 

La strada è ancora lunga per scardinare l’inerzia terapeutica

Oggi, tra gli strumenti a nostra disposizione che consentono di misurare il fenomeno dell’inerzia clinica, esistono indicatori in grado di informare sulla percentuale di pazienti che hanno già avuto un episodio di infarto, ictus, scompenso cardiaco o che presentano danno renale a causa del mancato accesso a terapie innovative per cause da ricondurre all’inerzia del sistema assistenziale.

Sapere che nel 2019, solo il 16% delle persone con diabete tipo 2 (DT2) venivano trattate con i farmaci che hanno dimostrato di essere efficaci nella riduzione del rischio di sviluppo di malattie cardiovascolari e renali, mentre oltre il 40% dei nostri pazienti avrebbe la necessità di essere accompagnato verso questi percorsi innovativi, fa capire quanta strada dobbiamo ancora fare tutti insieme per un’ottimale gestione della persona con DT2.

 

In conclusione

L’inerzia terapeutica è un fenomeno molto complesso, sul quale intervengono più fattori e che deve essere affrontato con una chiara visione d’insieme, andando a coinvolgere tutte le possibili cause e tutti gli attori che possono entrare in gioco per una corretta e ottimale evoluzione del percorso di cura. È necessario che tutte le parti implicate nell’assistenza alle persone con diabete tipo 2 siano sensibilizzate e coinvolte nel tentativo di minimizzare il fenomeno dell’inerzia clinica.

 

 

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* L’Associazione Medici Diabetologi (AMD), costituita nel 1974, con oltre 2000 iscritti è la più grande associazione scientifica della diabetologia italiana. Affiliata all’International Diabetes Federation (IDF), AMD: (1) promuove la diffusione sul territorio di strutture idonee alla prevenzione, diagnosi e cura del diabete mellito; (2) si occupa della qualificazione professionale e dell’aggiornamento culturale del personale sanitario operante in tali strutture; (3)  si adopera affinché la diabetologia e la figura del medico diabetologo acquisiscano e mantengano la loro autonomia dal punto di vista didattico e clinico e costituiscano il principale punto di riferimento nella cura del paziente con diabete.
L’AMD promuove la ricerca in campo diabetologico, clinico e terapeutico e collabora con le altre istituzioni che hanno finalità e interessi comuni.

 

** Il dottor Paolo Di Bartolo si è laureato con il massimo dei voti presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Bologna, discutendo la tesi “Ruolo della microalbuminuria nella diagnosi precoce di nefropatia diabetica“. Si è specializzato in Diabetologia e Malattie del Ricambio presso l’Università degli Studi di Parma. Nella propria attività clinico-assistenziale ha sempre posto particolare attenzione alle tecnologie per il trattamento e la diagnostica del diabete di tipo 1 (microinfusori, sistemi per il monitoraggio continuo della glicemiacartelle cliniche informatizzate, telemedicina, etc), e per questo ha promosso la nascita del Gruppo di Studio intersocietario AMD-SID-SIEDP “Tecnologia e diabete”, che ha coordinato fino al 2009. Ha contribuito a gruppi di lavoro diabetologici istituzionali, in seno alle società scientifiche, ha partecipato ad attività di formazione e alla realizzazione di molteplici pubblicazioni, nazionali e internazionali, in ambito diabetologico.

 

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