La metformina: terapia di prima scelta nel diabete tipo 2 ma utile in molte altre condizioni cliniche di insulino-resistenza - Diabete.com

La metformina: terapia di prima scelta nel diabete tipo 2 ma utile in molte altre condizioni cliniche di insulino-resistenza

Con la consulenza del prof. Andrea Giaccari**, direttore del Team Diabete del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma

 

La metformina rappresenta nella maggior parte dei pazienti la terapia farmacologica di prima scelta nel diabete di tipo 2, da sola o in associazione ad altri anti-iperglicemizzanti orali o iniettivi, quando le modifiche dello stile di vita (alimentazione ed attività fisica in primis) non siano sufficienti. In alcuni casi, la metformina viene utilizzata anche nel diabete di tipo 1, in associazione all’insulina. Oltre all’azione insulino-sensibilizzante, alla metformina sono state attribuite e documentate numerose altre attività.

 

In questa lunga intervista, il prof. Andrea Giaccari, direttore del Team Diabete del Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma ci parla di meccanismo d’azione, posologia, efficacia e sicurezza, proprietà che fanno della metformina un gold standard nella terapia del diabete di tipo 2. Il farmaco si sta rilevando utile anche in altre condizioni cliniche in corso di studio: alcuni tipi di tumori (mammella, fegato, osso, pancreas, endometrio, colon-retto, rene, polmone), malattie cardiovascolari, epatopatie, obesità, malattie neurodegenerative e malattie renali.

 

 

Metformina: da oltre 60 anni terapia di prima scelta nel diabete tipo 2, è ancora un farmaco attuale?

La metformina è quasi sempre il primo farmaco con cui si inizia una terapia farmacologica orale nella persona con diabete tipo 2 (DT2), associata a un miglioramento del proprio stile di vita che contempli una dieta sana e la pratica regolare di un’attività fisica moderata. Questa raccomandazione è basata sull’efficacia, sicurezza e tollerabilità dimostrata dalla metformina in numerosi studi clinici. La terapia con metformina è raccomandabile sin dalla diagnosi di diabete e, quando ben tollerata, deve sempre accompagnare tutte le scelte terapeutiche successive, inclusa l’insulina.

Quando il paziente si presenta già molto scompensato alla diagnosi (poliuria, polidipsia, talvolta chetonuria), la sola metformina potrebbe non bastare e si ha la necessità di associare un secondo farmaco da subito, di solito insulina (anche solo basale) probabilmente per un periodo di tempo limitato (insulinizzazione temporanea) per favorire un rapido compenso della glicemia e permettere agli altri farmaci di svolgere la propria azione. In caso di intolleranza alla metformina e/o scarso compenso glicemico si iniziano anche altri farmaci.

Quando la monoterapia con metformina non è sufficiente, viene associato un altro farmaco ipoglicemizzante tra i più recenti (analoghi del GLP-1, inibitori di SGLT-2 o inibitori del DPP-4) o insulina sulla base del profilo del paziente. Nei pazienti con rischio cardiovascolare, scompenso cardiaco o malattia renale (microalbuminuria) la metformina viene sempre più spesso associata ad altri farmaci antidiabetici (GLP-1 analoghi, SGLT-2 inibitori) precocemente se non dal momento della diagnosi di diabete tipo 2, non tanto per ridurre ulteriormente la glicemia, quanto per proteggere la persona con diabete dal rischio di ulteriori eventi. A proposito di questi farmaci, ci si augura che presto anche il Medico di Medicina Generale li possa prescrivere. Al momento, infatti, in Italia (e solo in Italia!) sono ancora ad esclusiva prescrizione del Medico Specialista e questo può creare dei limiti nell’aderenza alla terapia più adeguata.

La metformina rappresenta un farmaco evergreen, ancora attuale perché oltre a impedire molto bene l’aumento della glicemia (iperglicemia), – tra l’altro in questo senso è uno dei farmaci più efficaci in termini di riduzione dell’emoglobina glicata e senza il rischio di episodi di ipoglicemia -, svolge anche altri effetti extraglicemici. La metformina concorre a proteggere dal rischio cardiovascolare (che aumenta nel tempo se l’iperglicemia non viene mantenuta sotto controllo), favorisce la perdita di peso corporeo (soprattutto quando viene usata al dosaggio di 2-3 g al giorno) e – secondo numerosi studi, alcuni ancora in corso – ha un ruolo nel miglioramento della prognosi sul rischio di cancro come trattamento associato alla terapia antitumorale. Testata sul metabolismo dell’osso, la metformina ne migliora la qualità e riduce il rischio di fratture in pazienti con diabete tipo 2. Ulteriori studi sono in corso in questi ambiti e in altri (per esempio invecchiamento e longevità, neuroprotezione, infiammazione).

 

Qual è il meccanismo d’azione della metformina?

Conosciamo la metformina da più di mezzo secolo e questo fa sì che sia stata utilizzata in molte situazioni e si siano osservati molti effetti positivi. Per ognuno di questi effetti si è cercato di capire quale fosse il meccanismo d’azione del farmaco. Conosciamo molto bene i processi responsabili del miglioramento della glicemia e sono in studio i diversi meccanismi, cellulari e molecolari, coinvolti nelle numerose attività svolte dal farmaco anche in corso di altre malattie o condizioni cliniche che nulla hanno a che fare con il diabete e che aprono prospettive diverse per l’utilizzo della metformina che continua a riservare sorprese.

Per quanto riguarda il diabete, la metformina riduce la produzione epatica di glucosio (gluconeogenesi) e il suo assorbimento intestinale e soprattutto svolge un significativo effetto insulino-sensibilizzante nelle persone che soffrono di diabete tipo 2, cioè fa sì che l’insulina funzioni meglio e questo si innesta perfettamente nella patogenesi del diabete mellito tipo 2 (ricordiamoci che il diabete si manifesta quando l’insulina non è sufficiente per coprire un certo grado di insulino-resistenza quindi o è poca o ne serve molta). Quando la metformina è in circolo fa sì che ci sia una minore necessità di insulina e quindi quella che c’è diventa sufficiente.

La metformina svolge i suoi effetti benefici nel diabete tipo 2 anche con numerosi altri meccanismi; per esempio, modulando lo stress ossidativo che nel soggetto con diabete, obesità o altre malattie croniche è costantemente più elevato.

 

La metformina ha proprietà antinfiammatorie?

Molti studi sono in corso per indagare tali proprietà ma al momento gli effetti anti-infiammatori della metformina, che sembrano essere diretti e indiretti, sono ampiamente documentati solo in modelli pre-clinici; è quindi prematuro trarre delle considerazioni senza l’ausilio di studi clinici autorevoli su pazienti con malattie croniche come diabete tipo 2, obesità che come ben noto sottendono uno stato di infiammazione cronica sistemica. Nei supposti effetti anti-infiammatori della metformina potrebbe rientrare il ruolo benefico che essa svolge sulla flora batterica (microbioma) che come noto nei soggetti diabetici od obesi è alterata (disbiosi microbica).

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Metformina e Covid19: dagli studi sono emersi benefici del farmaco?

La metformina è il farmaco di prima scelta per il diabete tipo 2 ma ha anche una lunga storia – che nasce negli anni ’40-’50 – nel migliorare il decorso di alcune malattie infettive virali come l’influenza, l’epatite C e altre. Nel corso della pandemia Covid19, sono stati pubblicati quattro studi osservazionali che hanno documentato una riduzione della mortalità in particolare tra le donne contagiate che utilizzavano metformina al proprio domicilio.

I potenziali meccanismi con cui la metformina può ridurre la mortalità da Covid-19 sembrano essere molteplici, anche se al momento non è noto se si tratti di un’azione diretta contro il virus stesso e il suo ciclo di vita (per es: inibizione della replicazione virale, riduzione dell’entrata del virus SARS-CoV-2 nelle cellule) e/o benefici anti-infettivi indiretti che contribuiscono a migliorare le condizioni del paziente (per es: effetti immuno-modulatori, riduzione dei livelli glicemici, effetti benefici sull’endotelio vascolare, riduzione della fibrosi polmonare, perdita di peso, riduzione dello stato infiammatorio grazie al miglioramento della flora batterica e altri).

I dati raccolti sinora – pur essendo molto promettenti – non possono essere considerati conclusivi senza studi clinici randomizzati che possano valutare in modo rigoroso l’efficacia della metformina nel ridurre i rischi associati all’infezione da SARS-CoV-2.

 

La metformina viene utilizzata anche in altre malattie oltre al diabete?

Nella pratica clinica, la metformina viene utilizzata anche ‘off-label’ (cioè fuori dalla indicazione di scheda tecnica come farmaco antidiabetico) in condizioni quali la Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS), con o senza diabete. Nella donna che soffre di PCOS, il rischio di diabete tipo 2 e di malattie cardiovascolari è più alto rispetto alla popolazione generale. La Sindrome dell’Ovaio Policistico (PCOS) è un disturbo endocrino complesso che colpisce il 5-10% delle donne in età fertile. Rappresenta una delle principali cause di infertilità, legata a un’assenza cronica di ovulazione. Capita spesso che il disturbo si annunci già nel corso dell’adolescenza, per esempio con forti irregolarità del ciclo mestruale, per poi arrivare a essere conclamato nella vita adulta, quando si manifesta con una gamma di disfunzioni endocrine e metaboliche. Oltre a cicli anovulatori (senza ovulazione) determina irsutismo e policistosi ovarica, segni e sintomi associati a una condizione di insulino-resistenza, quindi una ridotta sensibilità dei tessuti all’azione dell’insulina.

La somministrazione di metformina – grazie alla sua specifica azione insulino-sensibilizzante, migliora la condizione di insulino-resistenza, riduce i livelli di ormone luteinizzante e degli androgeni, favorendo il ritorno del normale ciclo mestruale e riducendo la presenza di irsutismo nelle giovani donne.

Per inciso, è importante che le donne in premenopausa con diabete che assumono metformina sappiano che assumendo il farmaco in questa fase della vita femminile c’è un potenziale aumento della probabilità di gravidanza.

 

La metformina aiuta a perdere peso?

A dosi elevate, fra due e tre grammi al giorno, la metformina svolge anche un effetto anoressizzante e questo fa sì che possa essere utilizzata per aiutare le persone a perdere peso anche se da solo tale effetto del farmaco non è sufficiente. Da solo – lo sottolineo – non basta, perché la metformina ha un meccanismo d’azione per il quale riesce a far metabolizzare meglio il glucosio dai nostri tessuti ma se questo zucchero non viene poi utilizzato attraverso un’attività fisica regolare non è in grado di risolvere il problema; nel caso in cui la metformina venga aggiunta a un netto miglioramento del proprio stile di vita (dieta e attività fisica regolare), essa dimostra un’ottima efficacia, ad elevate dosi, soprattutto nel soggetto che associa diabete tipo 2, sovrappeso od obesità. In altre parole, aiuta a recuperare un migliore metabolismo, ma solo in chi aggiunge al farmaco attività fisica regolare.

 

La metformina viene utilizzata anche nel diabete gestazionale?

Ecco un altro utilizzo off-label del farmaco, cioè fuori dalle indicazioni della scheda tecnica. In caso di diabete in corso di gravidanza, la metformina viene raccomandata come alternativa all’insulina, previa valutazione dello specialista. Come noto da tempo, l’iperglicemia si associa a un maggior rischio di malformazioni congenite. L’assunzione di metformina favorisce la riduzione della glicemia durante la gravidanza con un buon profilo di tollerabilità.

Una recente metanalisi di 21 studi ha valutato gli effetti della metformina da sola o in aggiunta alla terapia insulinica in donne con diabete gestazionale e diabete tipo 2 pre-gravidico. Gli Autori hanno concluso che la terapia con la metformina può fornire dei vantaggi in gravidanza, migliorando alcuni esiti materni e fetali, ma può aumentare il rischio di neonato piccolo per età gestazionale (SGA, dall’inglese Small for Gestational Age). Va sempre considerato dunque che il farmaco attraversa la placenta e passa nel latte materno ed è importante che l’eventuale suo uso sia deciso dal ginecologo curante insieme al diabetologo, sulla base della singola situazione materna.

 

Metformina: in che momento della giornata è meglio assumerla?

Secondo recenti studi, gli effetti della metformina sono molto probabilmente collegati alla sua capacità di modificare nel tempo la nostra flora batterica intestinale (oggi chiamata miocrobiota intestinale) e in alcune persone questo fa sì che si possano manifestare all’inizio della terapia degli effetti collaterali a livello gastrointestinale.

Mi viene spesso chiesto quando deve essere assunta la metformina. Sappiamo che il farmaco non determina un aumento della secrezione di insulina quindi la sua azione NON è legata al pasto (e non mette neppure a rischio di episodi di ipoglicemia). Si può quindi assumerla prima, durante o dopo il pasto. Il momento in cui va assunta è semplicemente il momento in cui si riducono i possibili effetti collaterali che – come detto – sono in genere di natura gastrointestinale e possono manifestarsi nelle prime settimane di assunzione. Il consiglio può essere quindi quello di assumerla durante il pasto o dopo il pasto ma ci sono persone che preferiscono prenderla prima e si trovano bene così. La cosa migliore è provare e trovare il momento più adatto per se stessi. Il momento dell’assunzione non incide sull’efficacia del farmaco ma solo sul comfort del paziente e le sue abitudini (ad esempio la facilitazione nel ricordare di assumere la compressa, che contribuisce alla maggiore aderenza terapeutica) e non l’efficacia farmacologica.

 

Che cosa succede se ci si dimentica una compressa di metformina?

La dimenticanza di una compressa di metformina non rappresenta un grosso problema perché la concentrazione del farmaco sale rapidamente e dura in effetti poco tempo (esiste anche la formulazione di metformina a lento rilascio quindi più prolungata nel tempo, indicata per chi soffre di effetti gastrointestinali con la formulazione standard) ma il suo effetto è quello di stimolare il metabolismo per cercare di ottimizzare l’utilizzo del glucosio nei tessuti. Tale effetto non avviene nelle ore immediatamente successive all’assunzione del farmaco, quindi se una persona si dimentica una compressa di metformina a pranzo può prenderla tranquillamente in più a cena o se ha altri farmaci e salta una somministrazione non succede nulla anche perché si tratta di una terapia cronica.

Diverso è il caso di un paziente che si scorda sistematicamente di assumere una o più compresse con un’evidente riduzione dell’efficacia del farmaco. Saltare o spostare di qualche ora l’assunzione di una compressa di metformina non rappresenta un problema perché come detto gli effetti non si vedono nei momenti immediatamente successivi all’assunzione.

 

La metformina può aiutare a ridurre il rischio di diabete in pazienti in prediabete?

In molti casi, la diagnosi di diabete mellito di tipo 2 è preceduta da una fase cosiddetta di “pre-diabete” (anche se il termine non è correttissimo) del tutto asintomatica, caratterizzata da livelli di glucosio nel sangue lievemente superiori alla norma, ma non così elevati da determinare una formale diagnosi di diabete conclamato e, in genere, da livelli superiori di insulina nel sangue provocata da precoce insulino-resistenza. In tutto il mondo moltissime persone presentano anche per anni una condizione pre-diabetica senza esserne consapevoli. Durante questi anni, l’iperglicemia esercita effetti deleteri a livello dei tessuti bersaglio, così che alla diagnosi clinica di diabete sono spesso già presenti le complicanze della malattia. È verosimile, quindi, che agire precocemente nella fase di pre-diabete consenta di rallentare la progressione del diabete tipo 2 e delle sue complicanze.

A questo proposito, la metformina è stata utilizzata in uno studio a lungo termine che si chiama Diabetes Prevention Program [Diabetes Prevention Program/Diabetes Prevention Program Outcomes Study (DPP/DPPOS)] per valutare se fosse stata in grado di prevenire lo sviluppo di diabete quando somministrata in persone ad alto rischio di manifestarlo quindi con una glicemia borderline per la diagnosi di diabete.

Lo studio è stato condotto con tre rami: il primo era il classico con il placebo, un braccio trattato con metformina e un braccio trattato con un cambiamento intensivo dello stile di vita (dieta per cercare di perdere peso associata a un programma di attività fisica moderata) che è poi quello che si è dimostrato più efficace come trattamento preventivo. Purtroppo, però, nella realtà quotidiana, le persone tendono a mantenere questo cambiamento rigorosamente solo per qualche settimana o – al massimo – qualche mese ma a lungo andare l’efficacia si perde nel tempo. La metformina era meno efficace del cambio di stile di vita ma comunque efficace (riduzione del 30% dei casi di diabete) e studi più recenti hanno anche confermato che la metformina è in grado di rallentare lo sviluppo del diabete in questi pazienti pretrattati. Quindi è facoltà del medico – sia curante che specialista – valutare in pazienti ad alto rischio (per esempio in sovrappeso o con obesità) e che non riescono a seguire in modo rigoroso un cambio di stile di vita, quando associare a quest’ultimo un trattamento precoce con metformina per rallentare l’insorgere del diabete conclamato.

Attualmente la metformina è l’unico farmaco antidiabetico raccomandato dall’ADA, American Diabetes Association, per i soggetti con pre-diabete.

 

Metformina: da sola o in associazione?

Abbiamo detto che la metformina è quasi sempre il primo farmaco che viene utilizzato nella terapia del diabete tipo 2; qualche volta può non essere sufficiente in quanto il diabete è una malattia con decorso progressivo e nel tempo la capacità di produrre insulina può ridursi e in alcune persone può essere necessario aggiungere un secondo farmaco. Oggi abbiamo la fortuna che spesso queste associazioni di farmaci si trovano già formulate in un’unica compressa; questo facilita al paziente l’assunzione di una terapia combinata senza aumentare il numero delle somministrazioni e/o delle compresse. Se per esempio, il paziente era abituato ad assumere la sola metformina due volte al giorno, assumerà metformina associata a un secondo farmaco in una stessa compressa da assumere sempre due volte al giorno. In questo modo si facilita l’aderenza alla terapia, si controlla meglio il diabete tipo 2 e si rallenta l’insorgenza delle complicanze diabetiche.

 

La metformina può essere mal tollerata?

La metformina viene utilizzata come terapia di prima scelta in tutti i pazienti con diabete di tipo 2 o anche in altre malattie correlate alla situazione di insulino-resistenza. È uno dei farmaci più studiati, più conosciuti e più utilizzati tra le persone con diabete tipo 2 e questo fa sì che sia anche uno dei farmaci più sicuri tranne in un 20-30% di persone con diabete che – in genere nei mesi iniziali – non la tollerano per via degli effetti gastrointestinali. In questi casi si può prescrivere la formulazione a lento rilascio e se anche questa non fosse tollerata, occorrerà valutare un’altra terapia tra le tante oggi disponibili.

 

Metformina: quando è controindicata?

L’unica condizione in cui occorre fare particolare attenzione nell’uso della metformina è la presenza di insufficienza renale grave [filtrato glomerulare (GFR) inferiore a 30 ml/min/ 1,73 m²]. Capiamo perché. La metformina ha un metabolismo particolare, anzi, possiamo dire che non ha un metabolismo. In genere, tutti i farmaci, una volta assunti, vengono trasformati prevalentemente dal fegato o dal rene in molecole inattive e poi vengono eliminati con le feci o con le urine. La metformina, invece, non viene modificata e viene eliminata così com’è con le urine.  Quindi, in caso di insufficienza renale cioè quando il rene non funziona bene, non riesce ad essere eliminata e quindi si accumula. Parliamo di casi di insufficienza renale grave, prossima alla dialisi.

La somministrazione di metformina va valutata con attenzione anche nei casi di grave insufficienza epatica o di insufficienza cardiaca instabile. Altre controindicazioni includono ipersensibilità alla metformina e condizioni preesistenti di acidosi metabolica.

 

La metformina, quindi, non provoca alcun problema renale

È bene ribadire ancora – per sfatare in modo definitivo alcuni pregiudizi – che la metformina non dà alcun problema ai reni. Da ampi studi condotti in letteratura internazionale, non esiste alcuna correlazione tra l’utilizzo della metformina e l’insorgenza di insufficienza renale, nel senso che la metformina non può, in alcun modo, anche nell’uso protratto, deteriorare la funzione renale. Il problema è inverso, ovvero se esiste già una compromissione renale grave nel soggetto con diabete tipo 2, per esempio nell’anziano o nel cardiopatico o nell’alcolista, la metformina si potrebbe accumulare – in quanto i reni non riescono ad eliminare il farmaco dall’organismo come dovrebbero – e causare di conseguenza acidosi lattica (accumulo nel sangue di acido lattico, molecola di scarto), una complicanza rara ma pericolosa.

 

Ci sono altre situazioni o esami in cui è bene sospenderla momentaneamente?

Una situazione in cui occorre prudenza con la metformina e quindi è consigliabile sospenderla per qualche giorno è il caso degli studi radiologici con mezzi di contrasto iodato, per esempio una TAC; non perché questo esame dia problemi al farmaco ma perché un paziente su diecimila che fa una TAC con mezzo di contrasto può avere un’insufficienza renale acuta a causa del mezzo di contrasto.
In genere dopo due-tre giorni, la situazione si ristabilizza e si può riassumere la metformina. Se il paziente continuasse a prendere il farmaco, il rischio sarebbe il suo accumulo (acidosi lattica) e quindi si potrebbero manifestare degli effetti collaterali del tutto evitabili con la sospensione temporanea. La breve sospensione non condiziona l’efficacia della metformina.

Infine, è consigliabile sospendere la metformina durante un ricovero in ospedale per qualsiasi motivo; in caso di intervento chirurgico deve essere sospesa 24-48 prima e reintrodotta 48 ore dopo una qualsiasi procedura chirurgica.

 

La metformina a lento rilascio: quando, perché?

Come abbiamo già accennato, la metformina ha molte interazioni con la flora batterica intestinale (microbiota intestinale) cioè quei batteri benefici che convivono normalmente all’interno del nostro intestino; in alcune persone questa interazione provoca talvolta degli effetti collaterali transitori che sono un po’ di nausea, raro vomito o diarrea. Quando si inizia la metformina, occorre quindi far abituare il proprio intestino alla presenza di questo farmaco; per questo si inizia, in genere con una dose bassa: 250-500 mg al giorno, dipende da paziente a paziente e poi si sale progressivamente fino alla dose prescritta dal medico. Se si dovessero avere effetti collaterali, non bisogna sospendere ma cercare di tornare al dosaggio precedente che si è riusciti a tollerare, aspettare un po’ con quella dose e riprovare ad aumentarla più avanti.

Nei casi di diabete tipo 2 con intolleranza assoluta alla formulazione standard di metformina può essere utile utilizzare la metformina a rilascio modificato (metformina a lento rilascio) che non viene liberata tutta insieme come la formulazione standard ma gradualmente.

La formulazione di metformina a lento rilascio (metformina slow release) sfrutta una tecnologia innovativa, il GelShield Diffusion System ed è disponibile in 3 diversi dosaggi: 500, 750 e 1000 mg. Il suo utilizzo aumenta l’aderenza alla terapia dei pazienti intolleranti alla metformina a rilascio immediato, grazie al miglioramento della tolleranza gastrointestinale e alla possibilità di mono-somministrazione giornaliera, possibilmente serale.

 

La metformina può essere utilizzata anche nel diabete tipo 1?

La metformina svolge la propria azione sostanzialmente migliorando la condizione di insulino-resistenza quindi rende l’insulina in circolo più efficace. Ovviamente, essendo un’importante terapia del diabete tipo 2 verrebbe da pensare di utilizzarla anche nel diabete di tipo 1. Effettivamente in alcune situazioni, la metformina ha la sua utilità, soprattutto nelle persone con diabete tipo 1 che hanno anche una condizione di insulino-resistenza che può essere legata non tanto al diabete ma a condizioni associate, per esempio sovrappeso od obesità o steatosi epatica non alcolica (fegato grasso) che, purtroppo, stanno aumentando anche in questo tipo di pazienti e ne aumentano notevolmente il rischio cardiovascolare individuale.

Recenti studi hanno evidenziato che la terapia con metformina nei soggetti con diabete tipo 1 di lunga durata può favorire la riduzione del peso corporeo, riduce la progressione dell’aterosclerosi e i livelli di colesterolo-LDL (colesterolo cattivo), suggerendo un ruolo del farmaco nell’abbassare il rischio cardiovascolare a lungo termine anche nei soggetti con diabete tipo 1 in terapia con insulina.

Un segnale per capire se una persona è o non è insulino-resistente è vedere quante unità di insulina fa. Se rimane al di sotto di circa 0,5 unità per chilo di peso corporeo sostanzialmente la condizione di insulino-resistenza non è presente e quindi iniziare una terapia con metformina potrebbe non essere efficace. Se invece una persona con diabete tipo 1, per tenere sotto controllo la glicemia ha bisogno nell’arco delle ventiquattr’ore di una grossa quantità di insulina è perché si trova in una situazione di chiara insulino-resistenza. In questo caso, la metformina può essere di aiuto, ovviamente su prescrizione del proprio diabetologo che dovrà anche rimodulare la terapia con l’insulina che – funzionando meglio – richiederà una dose inferiore dell’ormone.

 

In conclusione, quali sono i vantaggi della metformina?

La metformina è un farmaco che ha un grande futuro dietro le spalle, che utilizziamo da oltre 60 anni ma è ancora capace di sorprendere per i molteplici effetti a vari livelli. Ha un significativo effetto insulino-sensibilizzante; è un farmaco generalmente ben tollerato che consente di abbassare in modo efficace la glicemia senza provocare crisi ipoglicemiche (infatti si usa anche in chi non ha diabete) e sulla base dei risultati di molti altri studi, alcuni ancora in corso, appare avere numerosi altri effetti benefici extraglicemici che ne fanno – nell’insieme – un vero farmaco evergreen, sempre attuale, efficace e sicuro, da solo e/o in associazione con insulina e/o con i farmaci antidiabetici più recenti con un profilo di protezione cardiovascolare e renale.

 

GUARDA IL VIDEO

La metformina: un evergreen che ha ancora molte cose da dire
https://www.youtube.com/watch?v=5hdaBq6cexA

 

 

References

La Terapia del diabete mellito tipo 2
Sintesi dei contenuti delle Linee Guida AMD-SID, luglio 2021

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**Prof. Andrea Giaccari
Direttore Centro per le Malattie Endocrine e Metaboliche
Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, Roma

Laureato all’Università Sapienza di Roma  e formato presso i laboratori di Ralph A. DeFronzo a San Antonio, Texas e presso l’Albert Einstein College of Medicine di New York. Dal 1995 lavora presso il Policlinico Gemelli di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore diventando nel 2005 Professore Associato di Endocrinologia e responsabile, dal 2014, del Centro per le Malattie Endocrine e Metaboliche. È stato CoEditor (2008-14) poi Editor-in-Chief  (2015-18) ed è attualmente responsabile della sezione diabete (come Immediate-Past Editor-in-Chief) di Nutrition Metabolism and Cardiovascular Diseases, (Impact Factor 3.6). Già membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Diabetologia (SID), dal 2016 è Coordinatore Scientifico della Fondazione Diabete Ricerca. Svolge attività di grant reviewer per molti enti di ricerca, fra i quali la European Foundation for the Study of Diabetes e la European Commission (Innovative Medicine Initiative – JU). Dal 2014 collabora con la European Medicine Agency come consulente esterno. Ha svolto molte attività anche sociali per la diabetologia italiana, creando la Giornata Mondiale del Diabete in Italia, collaborando alla fondazione di Diabete Italia e organizzando numerosi eventi sociali e politici sul diabete.

 

 

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