Che cosa vuol dire vincere un premio come il Campiello così giovane (“Talismani” 2019)?

Che cosa vuol dire vincere un premio come il Campiello così giovane (“Talismani” 2019)?

“Penso di aver guadagnato dieci anni di vita quel giorno: 14 settembre 2019, una data che non potrò mai dimenticare (“Se vinci un Campiello, vinci una famiglia”). È bello perché il racconto premiato, “Talismani” dà vita a una filosofia che tento sempre di applicare nella vita: “Non c’è limite al sogno”. Tu puoi sognare qualunque cosa, se hai motivazione, perseveranza, polso, senso del sacrificio perché non giriamoci intorno: la scrittura è un sacrificio gigantesco, la scrittura vuol dire togliere tempo – non ore, non giorni ma a volte anche settimane – alla famiglia, agli amici. Quando scrivi non riesci a fare altro, stai scrivendo, non riesci ad allontanarti troppo. Devi metterlo in conto. Se sei disposto a farlo e hai quel sogno, quella meta e nulla ti ferma, sei un treno che va dritto per la sua strada, allora qualcosa riesci davvero a prenderla.

Non c’è limite ai propri sogni

Il Premio Campiello Giovani è stato per me la realizzazione di un sogno, è stato il momento in cui ho capito – forse per la prima volta davvero – che potevo scrivere nella vita, potevo seriamente concentrarmi e focalizzare tutte le mie energie su un traguardo che all’inizio forse mi sembrava quasi irrealizzabile. La vittoria del Campiello Giovani mi ha dato la possibilità concreta di focalizzarmi sul fatto che potevo farcela, c’era la possibilità concreta che io vivessi di scrittura. Scrivere vuol dire scrivere racconti, romanzi, articoli di giornali, editoriali, puoi scrivere qualunque cosa, la cosa importante è poterlo fare. Io in quel momento, vinto il Campiello, mi sono detto: “Va bene, posso scrivere nella vita, scrivere e basta. Se mi impegno, se ce la faccio, potrei seriamente vivere di questo. Ed è ciò che desideravo più di ogni altra cosa al mondo”.

“È stata una grande soddisfazione ma anche un onere. Vincere un premio del genere a diciott’anni vuol dire che in un certo senso hai una bella strada davanti perché ti riconoscono che sei partito bene; asfaltarla, quella strada, mettere la segnaletica orizzontale, e soprattutto guidare bene sta tutto a te. Ti si riconosce che il percorso va bene, che hai iniziato bene poi devi capire tu quanto forte puoi andare, su quale cilindrata puoi contare, quanto hai voglia tu di correre. È stato il punto di arrivo di un ragazzo che aveva tanti sogni ed è riuscito a coronarli ed è stato il punto di partenza di una carriera e da quel 14 settembre 2019 io il chiodo l’ho ancora ben radicato in testa”.

Oggi scrivi per Garzanti, uno degli Editori più importanti in Italia. Sei orgoglioso di questa nuova avventura letteraria?

Si, sicuramente si. È un traguardo a cui sono arrivato con la consapevolezza di entrare in un ambiente in cui avrei potuto davvero imparare e soprattutto crescere, dal punto di vista umano e professionale. Una proprietà fondamentale della scrittura così come della vita è non fermarsi, cercare sempre il modo migliore per andare avanti, per  migliorarsi. Sono entrato in Garzanti perché intuivo, e ora so con certezza, che è un ambiente in cui io posso crescere come autore

“Oggi mi sento dentro una cosa molto più grande di me ma che non mi schiaccia, anzi mi spinge, mi sprona, mi incentiva a fare meglio, anche ad andare oltre i miei parametri, e questo è un aspetto meraviglioso”.

Non so quanto spesso si possa trovare un ambiente così; sono molto contento dell’opportunità di entrare in Garzanti che considero una grande famiglia. C’è un aspetto molto importante nell’editoria: per carità, è un business, non lo nascondiamo ed è giusto che lo sia ma l’empatia, i legami umani nell’editoria e soprattutto in una casa editrice come Garzanti, le persone con cui tu lavori a stretto contatto: il direttore della narrativa, l’editor, sono persone con cui non puoi non avere un feeling perché tu comunque stai lavorando sempre sull’intimità, tu stai raccontando comunque qualcosa di te, e serve un’empatia particolare per essere un editor, un direttore di collana, o comunque un editore per poter comprendere a pieno il tipo di intimità che tu vuoi raccontare, il modo in cui tu la devi migliorare, comunque è un prodotto che va venduto che ha un tipo di impostazione, deve avere meno errori possibili (editing), deve avere meno sbavature possibili, dev’essere più corretto possibile ma la cosa fondamentale rimane una: è un lavoro che in ogni caso si fa insieme. Un libro non ha solo il nome di un autore sopra ma è un lavoro di squadra: editor, revisore di bozze, direttore della narrativa che l’ha scelto, una caterva di persone dietro tra grafici, redazione, ufficio stampa… insomma tutto un mondo dietro a un libro e la cosa fondamentale di questo mondo è che tu ti trovi bene e in Garzanti mi trovo benissimo”.

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