“Non ti voglio”, il romanzo di Marco Zenone che affronta – tra gli altri - il tema del diabete di tipo 1

“Non ti voglio”, il romanzo di Marco Zenone che affronta – tra gli altri – il tema del diabete di tipo 1

“Mi chiamo Enzo Mercano e a sentire mamma son senza dubbio un bel tipo. Lei è di parte, c’è da capirla, ma un poco concordo, magari non bello ma un tipo lo sono.

Non ho la spocchia di definirmi un tipo raffinato, tuttavia in alcuni contesti mi sento un tipo sprecato. L’opinione, a ogni buon conto, non da tutti è condivisa, e ve lo giuro, alle volte sono stato perfino discriminato.

In qualsiasi luogo e con l’aria del tipo losco, per iniettare l’insulina mi sono nascosto. Che imbarazzo, me ne vergogno, non è colpa mia, in realtà sono un tipo a posto.

Che ci posso fare, non cambierò mai: sono e rimarrò un tipo uno”.

 

Il romanzo di Marco Zenone*Non ti voglio” ha subito catturato la nostra attenzione, a partire dal formato originale e soprattutto dalla copertina, così iconica. L’immagine è la reinterpretazione di American Gothic, un dipinto del 1930 del pittore statunitense Grant Wood. L’ha realizzata il pittore novarese Massimo Romani. Marco l’ha voluta utilizzare e reinterpretare per sua stessa dichiarazione perché “… le due figure ritratte mi hanno sempre trasmesso un sentimento di ostilità, di diffidenza, quasi volessero mantenere lontano l’osservatore”.

Il romanzo “Non ti voglio” è coinvolgente: ironico e accattivante, rappresenta una sorta di commedia degli equivoci raccontata con un ritmo incalzante e arguto,  attraverso un’inedita storia d’amore, che è a tratti diventa occasione di riflessione sui pregiudizi e le difficoltà di chi vive sulla propria pelle una malattia cronica; nel caso del protagonista, Enzo, il diabete tipo 1, da molti misconosciuto e troppo spesso ancora confuso con il diabete tipo 2. Per tutti questi motivi, abbiamo voluto incontrare Marco Zenone*, tra l’altro in una location bellissima come il Complesso del Broletto a Novara (lo conosci?) per farci raccontare come convive con il diabete tipo 1 e com’è maturata l’idea di questo romanzo.

 

Marco, quando hai scoperto di avere il diabete tipo 1. Che cosa ricordi del tuo esordio?

Quando ho scoperto di avere il diabete di tipo 1 era il 1978 e io non avevo ancora compiuto cinque anni. Faccio molta fatica a ripescare qualcosa di quei momenti; distintamente riaffiorano solo, come dei potentissimi flash che hanno impressionato la mia memoria, la siringa in vetro blu che i miei genitori mettevano a bollire in una pentola sul fornello della cucina, le lancette pungi-dito in acciaio affilato per la misurazione della glicemia – che oggi verrebbero considerate delle armi improprie – e il dolore per una testata che detti contro la struttura metallica del letto dell’ospedale, di cui porto ancora la cicatrice.
Ricordo anche la visita che i miei genitori fecero alla mia futura maestra delle elementari – portandomi con loro a casa sua – per presentarmi e parlarle del mio problema prima che io cominciassi ad andare a scuola.

 

Come ha reagito la tua famiglia alla diagnosi di diabete tipo 1?

Mio padre e mia madre furono sconvolti da una diagnosi che non ammetteva repliche, suonava come una condanna ed era riassumibile in due parole pesanti come il piombo: malattia inguaribile. I medici non furono di conforto ai miei genitori, dando per quasi certa la comparsa delle prime complicanze entro una decina d’anni. Inevitabilmente accusarono il colpo anche perché allora non esisteva la nutrita rete di supporto – come i gruppi e le associazioni di pazienti – sulla quale fortunatamente possiamo contare oggi.
In più le informazioni sul diabete di tipo 1 erano veramente poche, drammaticamente imprecise e approssimative e in molti casi addirittura fuorvianti.
Gli approcci terapeutici erano solo agli inizi: i miei genitori mi ricordano spesso quante difficoltà avessero nel gestire la mia glicemia, potendo contare solo su striscette reattive che “suggerivano” il valore del glucosio nel sangue attraverso l’intensità dei colori.
Il diabete, purtroppo, ha condizionato lo stile di vita di tutta la famiglia.

 

Pensi che il diabete ti abbia tolto qualcosa ma anche dato qualcosa?

Il diabete tipo 1 mi ha tolto la capacità e la possibilità di vivere in modo spontaneo e spensierato le tappe della mia vita. È una patologia molto ingombrante, invadente e che desidera spesso essere “accontentata”, dunque il modo in cui ho trascorso le mie giornate è stato il risultato di scelte e decisioni volte a soddisfare più lui di me.
È come avere un amico geloso e possessivo, al quale devi chiedere il permesso prima di fare qualcosa che ti andrebbe di fare, perché, assolutamente, vuole essere presente anche lui assieme a te.
Per contro, penso che la convivenza con il diabete mi abbia fornito la capacità di sviluppare la mia intelligenza emotiva, di essere empatico verso persone che, a causa di problemi di salute o per altri motivi, vengono trascurate dalla società o emarginate dal loro gruppo di amicizie.
Altre virtù non penso che il diabete me le abbia regalate, sinceramente rifiuto l’idea che una malattia possa dare la cosiddetta marcia in più che in alcuni casi si può rivelare un vantaggio.
Chi non soffre di problemi di salute è avvantaggiato in tutte le situazioni della vita.

 

Come si è evoluta nel tempo la tua convivenza con il diabete tipo 1 e le tue passioni?

Sono cresciuto con il diabete in un periodo in cui le terapie non erano così sofisticate e tecnologiche come quelle di oggi, ma più grossolane e imprecise, e basate molto su comportamenti abitudinari (anche piuttosto rigidi rispetto a quelli di oggi) – sia alimentari sia relativi all’attività fisica – che capivo essere funzionali al raggiungimento di un buon compenso glicemico e che di conseguenza, con atteggiamento prudenziale, tendevo a ripetere durante le mie giornate.  Allora non c’erano né insuline ultrarapide né microinfusori né sensori per il monitoraggio in continuo della glicemia, era molto più impegnativo capire come alimentarsi, quando alimentarsi e quanta insulina farsi.
Mi mette molta tristezza ripensare a me stesso bambino e adolescente condizionato da un impegno così gravoso, e a volte rivorrei indietro i tanti momenti che ho trascorso in una sorta di sospensione che non me li ha fatti godere appieno, in un detestabile “equilibrio instabile” e nella faticosa (a volte vana) ricerca del conforto di un freddo numero su un display.

Ho trovato rifugio in passioni svolte perlopiù in modalità individuale, senza che dovessi condizionare con i miei ritmi e le mie abitudini le altre persone. Amo la lettura, la scrittura e praticare sport come il ciclismo e il nuoto. Il dover convivere con una malattia così capricciosa mi ha fatto preferire attività solitarie.
A parte una breve parentesi in cui ho giocato a calcio, non ho mai praticato sport di squadra e questo mi dispiace molto.

Dal 2005 sono in terapia con il microinfusore, al quale successivamente si è aggiunto il monitoraggio in continuo della glicemia.
Trovo che il sensore glicemico sia stata un’invenzione meravigliosa, mi ha aiutato a sganciarmi un pochino da tutti quegli automatismi comportamentali che col passare del tempo si erano radicati in me, e mi ha permesso di affrontare le giornate con più sicurezza e leggerezza.

 

Quando è nata l’idea di scrivere un romanzo sulla tua malattia? Che cosa ti ha spinto?

A ottobre 2018, è nata l’idea di mettermi a lavorare a un racconto. Io non avevo mai pubblicato nulla prima di allora, sono un esordiente totale; tuttavia il libro non è nato dal niente assoluto, perché io sono un lettore molto vorace e amo molto anche la scrittura.
Non sentivo l’impellenza di scrivere qualcosa sul diabete, bensì di assecondare la mia passione per queste due attività e di mettere nero su bianco la modalità espressiva che più sentivo mia in quel momento.
Tuttavia sono dell’idea che le esperienze e gli episodi legati alla propria vita, se raccontati con la giusta prospettiva, portino in sé una potenza unica e irripetibile, e quindi, l’argomento del diabete tipo 1, col quale convivo da quando ero bambino, è stata una scelta quasi automatica.

Circa due mesi più tardi, una volta terminato il racconto, devo confessarlo, non ero per nulla soddisfatto. Innanzitutto per via della brevità e quindi della scarsa possibilità di esprimermi su più registri, e poi perché, secondo me, a parte un valore intrinseco di testimonianza di vita legata al diabete – aspetto comunque molto importante – aveva poco di interessante. Inoltre durante la stesura mi sono reso conto di voler realizzare qualcosa di più letterario, un vero e proprio romanzo, più organico e articolato, che esaltasse il significato del brano originario.

Ho dunque deciso di costruire una struttura narrativa di finzione formata da più scene (i vari capitoli) che fossero diverse l’una dall’altra per contenuti e stile, ma con il denominatore comune rappresentato dalla condizione di vivere il diabete tipo 1.

Così è nato il romanzo Non ti voglio, che racconta una vicenda che potrebbe capitare a qualsiasi diabetico, ma con una prospettiva inusuale, leggera e ironica, dando spazio a considerazioni e situazioni dai risvolti divertenti e inserendola in un contesto immaginario. La cosa più lontana possibile dal “diario di un diabetico”.
Nel testo sono presenti salti temporali come flashback e flash forward, lunghe digressioni nelle quali il protagonista sembra voler fuggire dalla fastidiosa routine della convivenza con la malattia, scene descritte con ironia e umorismo e giocosi calembour a chiusura di ogni capitolo che danno al romanzo un aspetto decisamente postmoderno. Insomma, tutti elementi che non ci si aspetterebbe di trovare dato l’argomento.

 

Si dice che scrivere, narrarsi sia terapeutico. Lo è stata per te bla stesura del tuo romanzo “Non ti voglio”?

Non ti voglio solo a tratti è autobiografico, le esperienze personali si mescolano e si intrecciano lungo tutto il romanzo con la parte di finzione.
Penso, tuttavia, che questa fase della mia vita in cui mi sono dedicato alla stesura di Non ti voglio mi abbia lasciato in eredità una maggior disponibilità a parlare della mia malattia, anche in pubblico. Sono più propenso a spiegare e chiarire quelle difficoltà, anche banali e di ordine pratico – come organizzare una cena al ristorante – che prima tenevo nascoste per vergogna e senso di inadeguatezza, perché agli occhi di chi di diabete non se ne intende possono sembrare le fissazioni di uno stralunato.
Sono migliorato anche nella capacità di accettare e descrivere in termini ironici e scherzosi episodi che per un diabetico possono essere fonte di pesante incertezza e difficoltà.

 

Dal romanzo emerge una grande capacità di autoironia, anche questa è un’arma da affilare in compagnia del diabete tipo 1?

L’autoironia mi ha permesso di rievocare alcuni momenti tragici della mia vita da diabetico presenti nel romanzo estirpandone tutto il peso emotivo e la drammaticità. Oserei dire che scrivere di momenti bui della propria esistenza sia come riviverli nuovamente, ma con il contegno e il comportamento che ora, con il senno di poi, riteniamo più giusto, conveniente e, perché no, anche divertente.

 

Senza fare spoiler, che cosa racconta il tuo romanzo?

Racconta la storia d’amore tra Enzo, un ragazzo diabetico, e Arianna, una ragazza per la quale il diabete tipo 1 è una realtà sconosciuta (le uniche cose che Arianna sa di questa malattia sono dei beceri luoghi comuni).
I due innamorati non potrebbero essere più distanti: Enzo, abituato a gestire la malattia in maniera rigida e paranoica – è cresciuto negli anni Ottanta, quando le terapie erano ancora piuttosto approssimative e richiedevano un grande impegno da parte del paziente – si scontra con la superficialità di Arianna e della sua famiglia, legati alle credenze di ciò che per sentito dire conoscono del diabete e spaventati da aspetti che invece non conoscono, come ad esempio l’uso del microinfusore di insulina.

 

Ti piacerebbe continuare a scrivere?

Certo, mi piacerebbe molto e ci sto già lavorando, ma credo che quello che scriverò in futuro riguarderà il diabete solo nel caso in cui deciderò di raccontare nuove avventure di Enzo.

 

A riprova del fatto che Non ti voglio non è un libro per soli diabetici, vi segnaliamo l’iniziativa della Casa Editrice Effedì di partecipare all’Independent Grand Tour con il romanzo di Marco Zenone. Per chi non lo sapesse, l’Independent Grand Tour è un’importante rassegna dedicata all’editoria indipendente piemontese ideata dal Salone Internazionale del libro di Torino. Grazie a tale partecipazione, nella Vetrina dei libri Indie di Hangar del libro – spazio dedicato alle proposte degli editori indipendenti piemontesi – è quindi possibile trovare anche il romanzo Non ti voglio, nel genere narrativa o cercando direttamente il titolo. Per chi fosse interessato, il link dedicato è il seguente: https://www.hangardellibro.it/

 

Non ti voglio Non ti voglio

NON TI VOGLIO pp. 262
di Marco Zenone
Codice ISBN 978-88-85950-50-4
EDIZIONI EFFEDÌ
Via Feliciano di Gattinara, 1 – 13100 Vercelli (VC)
e-mail: info@edizionieffedi.it
https://www.edizionieffedi.it/

 

 

MARACANÃ, 6 GIUGNO 1984

Un estratto del libro Non ti voglio di Marco Zenone  è stato pubblicato sul volume 23, n°4, 2020 della rivista JAMD, periodico medico-scientifico dell’AMD, Associazione Medici Diabetologi. Il volume ha come tema la Medicina Narrativa e reca in copertina un’illustrazione dedicata al brano dell’autore.
Zenone (2021). Maracanã, 6 Giugno 1984. JAMD Vol. 23/4

 

 

CHI HA GIÀ SCRITTO DI “NON TI VOGLIO”

Rassegna stampa

 

Marco Zenone debutta con un romanzo sul diabete »
Eco di Galliate, 22 gennaio 2021

“Vi racconto una storia d’amore contro i pregiudizi sul diabete” »
La Stampa, 7 marzo 2021 

Commedia degli equivoci contro i pregiudizi della malattia »
L’oleggese Marco Zenone esordisce con un romanzo sul diabete, «Non ti voglio», e regala la prima copia al suo medico
Novara Oggi-Giornale di Arona, 12 marzo 2021

Libro autoironico contro la malattia »
Corriere di Novara, 15 marzo 2021

Una storia di amore, equivoci e pregiudizi
Una lunga intervista a Marco Zenone in cui parla del romanzo e di temi legati al diabete.
Diabete Oggi, n.64, agosto-ottobre 2021

 

Particolare attenzione è stata riservata a Non ti voglio dalle seguenti associazioni:

“AGD Italia” (Associazione Giovani Diabetici Italia) ha dedicato un simpatico post sui loro canali social in cui l’autore posa in fotografia con la mascotte dell’Associazione, l’orsetto Lino, mentre insieme leggono il romanzo.

– “Diabete Italia Onlus” ha consigliato la lettura del libro sui propri canali social descrivendolo come: “Una bella storia che parla anche di diabete, scritta da chi il diabete lo conosce realmente e con leggerezza e ironia ne parla”.

– “AGD Novara” (Associazione per l’aiuto ai giovani diabetici Novara) ha pubblicato sul proprio sito web una lunga intervista in cui Marco Zenone parla del libro e della sua esperienza con il diabete.

 

 

* Marco Zenone è nato a Galliate nel 1973 e oggi vive a Oleggio, sempre in provincia di Novara.
Nel 1978, a cinque anni non ancora compiuti, scopre di avere il diabete tipo 1. A sei anni, spronato dal padre musicista, comincia a studiare pianoforte, ma nel giro di un anno abbandona ogni aspirazione musicale. Con il ricavato della vendita del pianoforte, i genitori gli comprano una mountain bike e un’automobilina radiocomandata. La sua vena artistica mai sopita deflagra definitivamente trentacinque anni dopo con la partecipazione ad alcuni cortometraggi pubblicati su You Tube. Contemporaneamente frequenza un corso di recitazione e si avvicina al mondo del teatro collaborando con alcune compagnie teatrali amatoriali.
Con il gruppo “Compagnia Teatrale di Ispra” recita in due commedie, in un documentario sulla Grande Guerra, e prende parte a diversi reading.
Non ti voglio” è il libro che ha dato alle stampe nel 2020, dopo due anni di incessante lavoro di scrittura.

 

Marco Zenone
nato il 09-03-1973 a Galliate (NO)
Profilo Facebook: https://www.facebook.com/marco.zenone.3
Profilo Instagram: https://www.instagram.com/marco_zenone/

 

Casa editrice Edizioni Effedì di Vercelli
www.edizionieffedi.it

 

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