Fase 2: come la stanno affrontando le Regioni?

Fase 2: come la stanno affrontando le Regioni?

Sintesi del Webinar promosso dal Centro Studi Americani in media partnership con Edra e moderato dall’Onorevole Beatrice Lorenzin Venerdì 15 maggio 2020

 

Ripartenza e rilancio: la Fase 2 si presenta come una sfida per il Paese, in particolare per le singole Regioni che si sono trovate ad affrontare il periodo più intenso della pandemia con situazioni epidemiologiche differenti. Fondamentale il potenziamento delle reti sul territorio e la tecnoassistenza.  Se n’è parlato venerdì 15 maggio ’20 nel webinar “Fase 2: come le Regioni la stanno affrontando” promosso dal Centro Studi Americani in media partnership con Edra e moderato dall’Onorevole Beatrice Lorenzin.

 

L’esperienza dei mesi passati si intreccia con il timore dell’esplosione di nuovi contagi

“In Campania abbiamo fatto ‘scelte di guerra’ impegnative, raddoppiando i posti in terapia intensiva; dopo 10 giorni dall’inizio della pandemia avevamo già ospedali dedicati al Covid-19 e separati dagli altri – ha precisato Vincenzo De Luca,  governatore della Regione Campania. – Ora stiamo continuando a lavorare per creare una rete di medicina territoriale di grande efficacia e di grande qualità. Abbiamo stipulato un accordo con i medici di medicina generale e questo sarà il principale obiettivo nelle prossime settimane”.
“Noi abbiamo retto bene all’emergenza” continua De Luca “vi è stata una prova di grande efficienza, pensiamo solo all’Ospedale Cotugno di Napoli, considerato oggi l’ospedale più efficace al mondo nella cura del Coronavirus,  finalmente spero siano stati spazzati via tutta una serie di pregiudizi e luoghi comuni relativi alle realtà meridionali e alla Campania in modo particolare.   Però ho una grandissima preoccupazione: ho l’impressione netta che ci sia stato in Italia un crollo psicologico e istituzionale. È come se non avessimo retto più la linea del rigore dopo il 4 maggio ‘20. In Campania vogliamo aprire tutto ma per sempre, non vogliamo essere costretti a chiudere ancora. Per ottobre ho i brividi: teniamo gli occhi aperti e lavoriamo con prudenza perché il problema non è risolto: noi ci stiamo preparando”.

 

In Lombardia, dobbiamo riorganizzarci sotto 4 aspetti strettamente legati alla salute

Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ Irccs e Direttore del Dipartimento di Medicina dell’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII (ex Ospedali Riuniti) di Bergamo, uno dei focus dell’emergenza Covid-19 ha commentato: “La riapertura è una questione di salute per cercare di contrastare povertà e conflitti che sono le due principali cause di malattia e di mortalità”. Poi ha aggiunto alcune considerazioni sul modello di sanità lombardo:  “L’attuale modello di sanità privata di grandi ospedali  della Lombardia non poteva essere il “modello” di sanità pubblica. Abbiamo visto come nell’emergenza è mancato un servizio di prevenzione e di cure sul territorio. Questa battaglia si vince nelle case dei malati, con unità mobili con cui i medici vanno a casa dei pazienti”.
Infine, ha sottolineato che “dobbiamo riorganizzarci per almeno quattro aspetti importanti, quando ripartiamo: la prima cosa è la pandemia dei pazienti no-Covid, che può diventare altrettanto grave se non ce ne occupiamo per tempo. La seconda cosa: i nuovi ospedali dedicati al Covid, che dovranno essere necessariamente separati dagli Ospedali no-Covid; tra l’altro il covid-19 non è una malattia esclusivamente polmonare ma colpisce cuore, reni, polmoni, vasi sanguigni, quindi è una malattia che ha anche una sua complessità. Terza cosa: tamponi si, tamponi no. Benissimo per chi li fa. Ma – mi chiedo – una volta tracciate queste persone che cosa succederà? Quale iter faranno? È indispensabile organizzarsi anche in questo senso. Dobbiamo fare delle scelte lucide e la politica deve valutare il miglior rapporto rischio/beneficio”.

“L’ultimo aspetto – ha sottolineato Remuzzi – riguarda la riabilitazione, polmonare ma non solo, che sarà necessaria per le persone che sono state in terapia intensiva e che avranno delle sequele da questa malattia anche una volta dichiarati guariti”.

 

Vinceremo sul territorio questa sfida contro il virus

È quanto sostiene Raffaele Donnini, assessore alle Politiche per la Salute della Regione Emilia-Romagna.  “Sul fronte dei test, al momento siamo arrivati a 253mila tamponi eseguiti dall’inizio dell’epidemia; da 5mila al giorno arriveremo a 10mila/die per fine maggio e a 15mila/die entro estate. Abbiamo già targettizzato anche i test sierologici in particolare per tutta la popolazione sanitaria, forze dell’ordine, vigili del fuoco, protezione civile che verranno erogati ogni quindici giorni. 90.000 sono i test effettuati ad oggi. A coloro che sono positivi (circa il 5%) agli anticorpi è stato  fatto il tampone naso-faringeo e quasi la metà aveva ancora la malattia nella sua fase attiva. Quindi è per noi molto importante continuare a testare sia dal punto di vista dei tamponi naso-faringei, unico strumento con cui noi facciamo diagnosi e anche però promuovendo un grandissimo lavoro di screening per la popolazione che ci consentirà di arrivare a testare quasi il 10% della popolazione residente in Emilia-Romagna da qui a fine giugno in modo da catturare anche quella fase residuale di asintomatici positivi che magari sono nel giro più ristretto di quelle persone che hanno già contratto il virus oppure che sono nei quartieri o nelle città particolarmente colpite dall’epidemia come per esempio Piacenza, come Rimini o come Medicina, comune del bolognese.

Questa è la nostra strategia: test, tamponi, servizi territoriali e specializzazioni ospedaliere  messi a rete fra di loro perché in questo caso tutte le nostre migliori risorse devono essere messe a disposizione di questo contrasto all’epidemia”.

“Nel frattempo abbiamo attivato anche  una fase 2 anche nella Medicina – conclude Donnini – sono ripartite le prestazioni sanitarie che erano ferme, come le vaccinazioni per infanzia  o gli screening per il tumore alla mammella. Oggi abbiamo dati che da un lato ci confortano, dall’altro non ci devono far dimenticare quel che abbiamo passato”.

“Questa emergenza – ha aggiunto Roberto Bernabei, direttore del Dipartimento Scienza dell’Invecchiamento della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma e componente del Comitato tecnico scientifico (Cts) della Protezione Civile per l’emergenza coronavirus – ci insegna che il territorio va riempito di competenze, di intelligenze e di tecnoassistenza”.

 

Bisogna iniziare a guardare il territorio in maniera diversa

È quanto commentato da Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale, Fimmg -. “Troppo comodo dire che il territorio non c’è stato: spesso non c’è stato chi doveva gestire il territorio. Il territorio ha fatto tutto quello che poteva fare con le sue forze”.

 

Il Decreto Rilancio è un provvedimento gigantesco

Ha concluso  l’Onorevole Beatrice Lorenzin, sottolineando che “ se affrontato nel modo giusto e costruttivo ha ampi margini di lavoro, soprattutto perché ci sono degli impianti strutturali che possono essere migliorati attraverso il confronto con le filiere e le categorie. Dovremo inoltre immaginare dei LEA Covid, cioè un aggiornamento dei nostri Livelli Essenziali di Assistenza in base alle nostre esigenze pre e post Covid; la situazione ci chiede un’azione di riforma e l’impiego delle risorse verso un grande progetto di cambiamento”.

 

 

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