Diabete tipo 2: fattori di rischio e diagnosi precoce

Diabete tipo 2: fattori di rischio e diagnosi precoce

A cura di Antonia Elefante**, UOC Malattie Endocrine e del Metabolismo, Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo, Potenza

 

L’importanza di un precoce riconoscimento e trattamento del diabete tipo 2 (DT2) è supportata dall’osservazione che il DT2 clinicamente manifesto è preceduto da una lunga fase senza sintomi, in cui si instaura il danno a carico dei tessuti bersaglio, con conseguente comparsa delle complicanze del diabete già al momento della diagnosi.
L’efficacia di una precoce identificazione del diabete o delle condizioni di “disglicemia” (alterata glicemia a digiuno, ridotta tolleranza al glucosio e livelli di emoglobina glicata ai limiti alti) attraverso un test di screening di massa dei soggetti asintomatici non è stata però provata in modo definitivo.

 

Quali sono i fattori di rischio per lo sviluppo del diabete di tipo 2?

Tra i principali fattori ci sono: l’età avanzata, l’obesità, la sedentarietà, un pregresso diabete gestazionale, l’ipertensione arteriosa o la dislipidemia aterogena (bassi livelli di colesterolo HDL ed elevati livelli di trigliceridi), l’appartenenza ad alcune razze/etnie (afro-americani, indiani americani, ispanici/latini, asiatici americani) e la familiarità per diabete, considerato che il diabete di tipo 2 è associato ad una forte predisposizione genetica ancor più del diabete di tipo 1.

Tra i fattori di rischio noti, assume una particolare rilevanza l’Indice di Massa Corporea o BMI (dall’inglese Body Mass Index, Indice di Massa Corporea).
Alcuni studi italiani suggeriscono che un aumento del BMI di 1 kg/m2 aumenta dell’8,4% il rischio di sviluppare diabete tipo 2. Tale rischio risulta inoltre aumentato del 3,5% per ogni incremento di 1 cm di circonferenza vita.

Al Body Mass Index, BMI è legato anche il numero notevole di nuovi casi di diabete mellito tipo 2 in età evolutiva, caratterizzato da un più veloce declino della funzione β cellulare e più precoce comparsa di complicanze.

È auspicabile che venga fatto sempre più spesso un test di screening che non deve essere inteso come uno strumento fine a se stesso, ma deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita in modo da ridurre la classe di rischio e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni, se negativo.

 

 

BMI e monitoraggio della glicemia

Il monitoraggio della glicemia e l’approccio nutrizionale/comportamentale rappresentano due aspetti fondamentali per il raggiungimento di un buon compenso glicemico.

Per quanto riguarda il monitoraggio dei valori glicemici, numerosi studi hanno documentato che le modifiche allo stile di vita, nutrizionali a favore della dieta mediterranea e motorie, con un’ attività fisica, moderata e costante, possono allungare in maniera non trascurabile la finestra temporale prima di dover ricorrere a una terapia con farmaci dopo la diagnosi di diabete.

L’automonitoraggio della glicemia come elemento della strategia terapeutica del singolo paziente va inteso come strumento per raggiungere un obiettivo glicemico il più possibile vicino alla normalità; tale strumento consente di ridurre il rischio e l’evoluzione silente di complicanze microangiopatiche nel diabete tipo 1 e nel diabete tipo 2 insulino-trattato.

Ultima nota, ma non meno importante. Progressivamente, negli anni, anche nelle persone con diabete di tipo 2 non trattate con insulina, è emersa sempre più la convinzione che l’autocontrollo della glicemia debba essere parte di un percorso di educazione terapeutica strutturata, considerato che si associa nella maggior parte dei pazienti ad un miglioramento del controllo globale della malattia.

 

 

** La d.ssa Antonia Elefante è Specialista in Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Dirigente Medico a tempo indeterminato presso l’UOC Malattie Endocrine e del Metabolismo dell’Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo di Potenza. Ha particolari competenze nelle aree di: Diabete e Metabolismo, Endocrinologia generale, Surreni, Tiroide.

 

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